Favetta e cicorielle selvatiche vincono la gara di cucina tra racconti di salsa “salinara” e salsa “casalina”

TRINITAPOLI - Il calore del camino acceso nella Masseria Didattica Parente, la convivialità, la tavola imbandita di pietanze preparate da 13 cuoche e tre valutatori di sapori sono stati gli ingredienti di una manifestazione culinaria che si è conclusa con il profumo di “Favetta e Cicorielle selvatiche” salite sul podio dei vincitori.

Dopo due ore di assaggi, gli chef Giovanni Landriscina, Salvatore Riontino e Miriam Tina hanno “incoronato” l’insegnante Celeste Carulli e l’applicata di segreteria Rosa Sarcina di Trinitapoli che in coppia hanno ricreato il sapore antico di un classico piatto della tradizione, insaporito da un eccellente olio extravergine di olive coratine e dalla verdura spontanea raccolta nei campi intorno al paese.

L’evento ha chiuso il laboratorio di tradizioni popolari “Storie e storielle su letto di verdura, organizzato dal Centro di Lettura Globeglotter che ha raccolto ricette, storie e aneddoti legati ad un passato che va scomparendo di erbe aromatiche, conserve per l’inverno, salsa fatta in casa, pomodori appesi e pane cotto. Dopo la premiazione, infatti, la serata è continuata allegramente tra frittelle calde, vino rosso della casa e le pagine lette direttamente dagli autori di un’ode al pomodoro secco (Rosangela Ricco), dei ricordi di un papà contadino (Angela Vincitorio) e delle rime in “casalino” sul grande piatto unico in cui mangiava la famiglia (Stefano Cirillo).

Molto acceso tra i convitati è stato il dibattito sulla preparazione della salsa che, secondo il racconto di una nonna di Margherita di Savoia non prevedeva, come sostenevano le nonne trinitapolesi, la bollitura delle bottiglie. La tecnica “salinara” delle “bottiglie coricate” era più breve. Appena riempite di salsa bollente le bottiglie venivano appunto “coricate” sotto le coperte e la paglia e lasciate riposare per una decina di giorni per poi essere arringate nei ripostigli per il consumo invernale. Pare, si sosteneva animatamente, che la salsa fosse più saporita e profumata di fresco perché veniva cotta una sola volta.

Molto interesse hanno pure suscitato gli analgesici naturali rappresentati da erbe, fiori di camomilla e vino bollente che curavano raffreddori, influenze e insonnia. In particolare si sono sottolineati i molteplici benefici del limone. I gargarismi di succo lenivano il mal di gola e con le gocce del frutto le donne si massaggiavano il viso per difenderlo dalle macchie senili oltre ad utilizzarlo intero negli ambienti per profumarli e per assorbire “la negatività” che aleggiava nei periodi di stress.

La retorica del “buon tempo antico” è stata messa da parte. Ha prevalso, invece, la consapevolezza di vivere un presente e di sognare un futuro che possa avvalersi degli insegnamenti e della saggezza dei nostri padri e, nel caso della cucina, delle nostre madri, depositarie di competenze manageriali, manuali ed economiche senza avere mai preso lauree o frequentato master di studio.

Di qui l’idea di annotare in un libricino “fatto in casa” un sapere popolare che la frenetica velocità contemporanea può far dissolvere e che nessun computer riuscirà mai a sostituire.

Il futuro è nel passato” non è soltanto uno slogan di gran moda ma è un grido di allarme rivolto ai più giovani che devono leggere e studiare le tradizioni, il dialetto e la storia del proprio paese.

Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, di gente che sa fare il pane, che ama gli alberi e riconosce il vento”, scrive in una sua poesia il poeta e paesologo Franco Arminio.

Abbiamo bisogno anche di gente che comprenda la profondità di queste parole per costruire un futuro migliore per chi vivrà dopo di noi.

ANTONIETTA D’INTRONO