GLI EROI DEL QUOTIDIANO - Dora Stranieri è cresciuta nel quartiere UNRRA CASAS, dove non esistevano parole come “solitudine, privacy e paura”

TRINITAPOLI - Addolorata Stranieri, Dora per tutti, è in pensione da qualche anno, dopo aver lavorato come operaia nei magazzini ortofrutticoli, come cuoca in un ristorante e poi, per più di 20 anni, come collaboratrice domestica. Due figlie sposate, tre amatissimi nipoti, non si sta godendo la vecchiaia a causa della sua salute malferma che la costringe a stare seduta e a dipendere dagli altri. Ha conservato, però, immutata la sua “manualità culinaria”, figlia di una sapienza antica, una vena ironica e una abilità narrativa che le consente di raccontare “i fattaridd del Casale” più volte senza mai annoiare. Chi va a farle visita trascorre con lei un po’ di tempo in allegria, tra un rimprovero ad Alexa, che non capisce in dialetto casalino l’ordine di accendere la luce, il suono di un cucù quasi isterico, una camomilla con “tantolimonechefabene”, seguita dal racconto del suo ultimo sogno “per conto terzi” che le fa concludere con solennità: “Mnè stat a cast”, stai a casa, non uscire perché nel sogno tu “ammucchìv”, cadevi!”.

Dora e famiglia sono a pieno titolo un pezzo di storia del paese che i più giovani non conoscono.

Chi era tuo nonno e dove sei vissuta da ragazza?

«Sono la nipote di Francesco Di Vincenzo, un uomo di grande talento che univa all’impegno politico nel Partito Comunista una straordinaria capacità di comporre stornelli e strofette del “Mareccone”, produzioni in vernacolo esilaranti, accompagnati dalla musica, che creava senza essere mai andato al conservatorio. Durante la sua breve vita ha lavorato come bracciante ed è riuscito anche ad aprire un piccolo negozio di prodotti alimentari che fallì dopo qualche anno. Infatti, non aveva il coraggio di chiedere i soldi ai suoi clienti, tutti compagni di partito, più poveri di lui, che spesso non riuscivano a pagare i loro debiti. Consigliere comunale del P.C.I., è morto a 57 anni, qualche giorno dopo essere andato a votare il bilancio, portato in barella dai compagni al consiglio comunale.

Sono cresciuta nel quartiere UNRRA CASAS dove non esistevano parole come “solitudine”, “privacy” e “paura”. Tutti gli abitanti, in gran parte braccianti come mio padre e operai come mia madre, costituivano una grande famiglia e si aiutavano l’un l’altro in tutti gli eventi sia dolorosi che felici della vita.

A Natale si organizzava la “fanova” con canti, barzellette, risate, pane arrostito sulla brace e olive. In febbraio il Festival di Sanremo riuniva i vicini, con le sedie portate da casa, intorno ad uno o due televisori e si discuteva fino a notte fonda sul vincitore che non doveva essere quello che aveva vinto. Poi, quando arrivava l’estate, si stava tutti fuori a prendere il fresco e a programmare la preparazione delle bottiglie di salsa e delle marmellate per l’inverno.

Le scelte politiche più importanti che riguardavano il paese venivano discusse durante le assemblee popolari di quartiere ed ogni cittadino, anche se analfabeta, sapeva quanto si era investito nelle opere primarie e nei servizi pubblici dell’epoca».

Dora, ma la malagente non c’era quando abitavi nell’Isola delle donne maledette, come chiamavano il tuo quartiere?

«Non c’era allora e non c’è ora. Il mio quartiere lo stanno infamando, per colpa di qualcuno che, purtroppo, è uscito fuori seminato. Oggi i giovani sognano macchine, telefonini e soldi facili, a differenza della nostra generazione che aveva altri valori. Comunque, anche dove stanno le ville e i palazzi ci sono i “malamente”, però a nessuno viene in mente di dire che è tutto un quartiere di malandrini, se le case sono dei ricchi. Siamo state noi “le donne maledette dell’isola UNRRA CASAS” a fare le manifestazioni e gli scioperi per avere un salario in agricoltura uguale a quella degli uomini, per avere l’indennità di disoccupazione, l’indennità di maternità, per avere le scuole di mattina quando c’erano i doppi e i tripli turni e per far costruire gli asili pubblici. E ora le donne maledette saremmo noi? Se proprio volete sapere la verità, già negli anni ’60 un ragazzo di “buona famiglia”, cioè benestante, non aveva il permesso di frequentare le “m’nèn”, le ragazze, dell’UNRRA CASAS, non perché eravamo “maledette”, cioè puttane, ma soltanto perché eravamo “povere, comuniste e battagliere”. Voi, che avete le “scuole grosse”, questo lo chiamate pregiudizio!»

Ora parliamo un po’ della tua grande passione, cioè della cucina. Hai frequentato qualche corso o scuola? Chi ti ha insegnato a fare la focaccia di grano arso più buona?

«Mia nonna e mia madre mi facevano lezione e corsi di aggiornamento ogni giorno ed io ho imparato da loro come preparare piatti succulenti con le verdure spontanee senza spendere una lira, come far diventare tutti gli avanzi delle frittate gourmet e come ridurre i rifiuti non buttando neanche le scorze d’arancia e le bucce delle patate. Ho lavorato qualche anno anche in un ristorante rinomato di Barletta dove facevo soprattutto la pasta fresca e i brodetti di pesce. È difficile per me dare indicazioni precise su come riesco ad ottenere, ad esempio, la focaccia molto saporita e ben cotta. Un bravo cuoco si serve nelle sue preparazioni di “occhi, naso, mani e cuore” che insieme alla qualità degli ingredienti (nel caso della mia focaccia, la farina) creano autentiche leccornie. In questa epoca di chef e di “artisti dell’impiattamento”, forse sarebbe più salutare ed economico riscoprire le vecchie ricette della nonna e consumare, eventualmente, in scodelle di terracotta il pane raffermo, cotto con verdure e innaffiato con “una croce” di olio extravergine di oliva. D’inverno il pane cotto, mangiato in compagnia, ti riscalda il cuore!».

ANTONIETTA D’INTRONO