GENERAZIONE FUTURO - A 18 anni Rosa Maglio ha conosciuto il vero significato della parola “lotta”

TRINITAPOLI - Rosa Maglio è nata la notte di San Lorenzo del 1998. Oltre ad una grottesca ironia influenzata da Woody Allen e Lenny Bruce, e all’ossessione per la parola “letteralmente”, è un’attivista per i diritti del movimento LGBTQIA+, una femminista intersezionale, vicepresidentessa e componente del direttivo dell’ANPI di Trinitapoli, militante e rappresentante di un sindacato studentesco all’Università degli studi di Bari “Aldo Moro”, dove attualmente studia Lettere Arti e Spettacolo. Fedele e devota a Madonna Louise Veronica Ciccone, tra le sue figure d’ispirazione troviamo Sylvia Plath, Nina Simone e Franca Rame. È appassionata di cinema e teatro, in particolari del cinema divistico degli anni ‘10, dei lavori di Fellini, Alice Rohrwacher e Pedro Almodovar. Sogna una rivoluzione culturale e strutturale della società che traduce in un impegno politico costante e granitico poiché il suo motto è: il personale è politico.

Quale è stato il tuo percorso di studi e quando hai cominciato a coltivare la scrittura?

«Ho iniziato a scrivere precocemente, intorno ai 4 anni. La scrittura è andata di pari passo con la lettura e grazie a romanzi come “Piccole Donne” della Alcott o “Il giardino segreto” della F.H. Burnett ho iniziato a costruire capacità narrative. Ho ampliato la mia passione per le materie umanistiche frequentando il liceo classico e in seguito con il percorso di studi che sto affrontando in università, ovvero Lettere Arti e Spettacolo. La scrittura per me non è solo un modo per raccontare, ma anche una forma di escapismo e di autodeterminazione di sé. Non sono mai stata stimolata da nulla che riguardasse il paese, la scuola o la quotidianità alienante, tutte le cose che mi sorprendono e mi stimolano sono legate alla scrittura, alla lettura e ai film e penso che questo renda il mio punto di vista sulle cose diverso e pieno di riferimenti grotteschi e legati alla pop culture. Inoltre il valore più importante che do alla scrittura è quello di atto politico, siamo responsabili di ciò che scriviamo, di come lo scriviamo e delle parole che usiamo, e questo ci definisce come persone e come attivisti più o meno consapevoli. La lingua e le parole sono in continua evoluzione e usare o non usare slur (insulti), linguaggio inclusivo e schwa, ci colloca in precisi spazi ideologici. La scrittura deve tendere solo al vero e il non tener conto dei processi che stanno attraversando il mondo, la società e le soggettività, rende tutto ciò che si scrive superato e inutile come un vecchio calendario le cui pagine vengono usate per le gabbiette degli uccelli».

La tua adolescenza è stata amareggiata dalla malattia e da un serio intervento chirurgico che ti ha ridato la gioia di vivere. Come sei riuscita a superare questa fase terribile della tua vita?

«A solo 18 anni, dall’oggi al domani e senza una causa mi è caduta una tegola in testa. Mi sono ritrovata da scuola in un letto di ospedale e non ho avuto scelta sul da farsi. Ti poni la domanda “perché proprio a me?” ma, nel giro di poco, non essendoci risposta, passi avanti e ti vai a riprendere la vita. LƏ espertƏ studiavano il mio caso mentre io mi aiutavo dedicandomi completamente alla lettura scegliendo tra la pila di libri che si era formata sul comodino della stanza che mi ospitava. Tra i pochi ricordi che conservo c’è stata la difficoltà di accettarmi in un corpo diverso, cucito con ago e filo, e la desolazione di tutto quel bianco che c’è negli ospedali. In realtà cose del genere non le superi, semplicemente spariscono e si vanno a nascondere da qualche parte nella testa. Non ci penso. È una fase chiusa della mia vita durata fortunatamente poco grazie al trapianto. Il ritorno alla normalità! Non esiste un modo uguale per tuttƏ di affrontare il dolore, la mia motivazione è stata quella di continuare una vita spesa unicamente alla lotta, imponendomi un atteggiamento militaresco e sopprimendo ogni tipo di tendenza all’io individualista».

I giovani sono stati definiti dagli adulti contemporanei “mammoni”, “sdraiati”, “sfaticati” e via borbottando. Ritieni che la tua generazione sia così “malandata”?

«Superando il fremente desiderio di rispondere a questa domanda con un “wall of text in capslock”(tutto in maiuscolo) parto da un’analisi, anche un po’ semplicistica (me ne rendo conto): basta aprire un giornale o un social per rendersi conto della massiccia attività politica della Gen Z. Ogni giorno si riportano notizie di licei occupati, cortei, proteste, rivendicazioni, e giungo alla conclusione che deve essere davvero estenuante per “lƏ adultƏ” trovare il coraggio di darci deƏ “sdraiatƏ” o degli “sfaticatƏ”. L’operazione che si sta cercando di attuare è una totale critica ai modelli sociali prestabiliti e alla trama della società stessa in cui non ci riconosciamo più. È paradossale come tutto il lavoro di riorganizzazione del mondo del ‘68 sia andato disperso proprio dalla generazione che ci critica, da quelle persone che ci danno dƏ nullafacentƏ e che alla nostra età pensavano solo a formare un buco nell’atmosfera con la lacca spray e ad ascoltare i Wham! Ma questa ipocrisia da dove deriva? Perché esiste questo atteggiamento di contrasto a tutto ciò che è nuovo? La risposta è semplice: la prima ragione è certamente da imputare ad un fisiologico scontro generazionale, la seconda riguarda il timore dello smarrimento, non c’è più posto per posizioni perbeniste e bigotte e, togliendo spazio a queste idee anacronistiche, si smontano anche le individualità. La terza ragione (la più profonda e inconscia a volte) è la fine del modello patriarcale e capitalista. Il potere è detenuto da chiunque non faccia parte di una minoranza ovvero maschi eterosessuali bianchi e cisgender, e più il piedistallo dei privilegi vacilla, più l’ira e il sabotaggio aumentano. Penso si sia arrivati ad una triste conclusione: non possiamo imparare nulla dai nostri genitori, generazione assopita che ha dimenticato le lotte di chi li ha preceduti, perché quello che abbiamo alle spalle è il completo disimpegno e la deriva di diritti civili e sociali. C’è una soluzione alternativa: imparare da noi».

Alla luce della tua passione per il cinema e delle tue conoscenze nel settore, che stai acquisendo all’università, quale film/serie Tv consiglieresti alle donne di vedere in occasione dell’8 marzo?

«“The Handmaid’s Tale” (Il racconto dell’ancella) è tratto dall’omonimo romanzo distopico della scrittrice canadese Margaret Atwood. La mia scelta è ricaduta su questa serie perché, tra molte opere verosimili e con ambientazioni quotidiane, “The Handmaid’s Tale” risulta paradossalmente più vicino alla realtà. La premessa narrativa parte dai giorni nostri, in un presente in cui il tasso di fertilità scende drasticamente, un movimento teocratico e dittatoriale prende il potere negli Stati Uniti d’America. Le donne vengono rapite e divise tra infertili e fertili, e coloro che risultano in grado di portare avanti una gravidanza, vengono private del nome, stuprate e ribattezzate “ancelle” a servizio della famiglia del movimento di Gilead. Attraverso gli occhi della protagonista June Osborne (Difred) ci addentriamo in un mondo che seppur distante ci appare familiare, come un déjà-vu. Le donne sono trattate da oggetti, contenitori, costantemente abusate e costrette a vivere in una comunità dove sono invisibili e senza nome. Il regista Bruce Miller mostra il sogno proibito della destra nazionalista e mette in luce il difficoltoso binomio tra la figura di donna e di madre, rapporto non innato e impegnativo, con grande naturalezza, conferendo alle puntate un buon ritmo e un’eccellente resa rispetto al romanzo della Atwood».

ANTONIETTA D’INTRONO