Donne che hanno fatto la storia del nostro territorio: la lezione della prof. Lia Masi non finirà mai

TRINITAPOLI - Lia Masi, di origine foggiana, ha lasciato, negli anni in cui è vissuta (n. 1931, m. 2025), un’impronta indelebile in tutta la provincia. A Trinitapoli, San Ferdinando di Puglia e Margherita di Savoia, negli anni Settanta, è stata molto presente nelle battaglie referendarie su divorzio e aborto.

Nel suo ultimo decennio di vita ha incontrato più volte docenti, studenti e anziani in associazioni, scuole e università della terza età del nostro territorio, sostenendo in più occasioni che «la vecchiaia non esiste» e che bisogna continuare, sino all’ultimo respiro, a dare una mano a questo travagliato mondo. La sua presenza sprigionava ottimismo, letteratura, vicende del passato e spargeva intorno a sé l’odore dei giornali, dei libri divorati, delle lotte femministe, delle mani strette e delle tante storie che ascoltava dalla gente che incontrava. La vitalità e l’ironia di questa donna coinvolgevano tutti, anche gli adolescenti che la ascoltavano quasi magnetizzati dalle sue argute e inconsuete riflessioni, al punto da non sentire, spesso, neanche il suono della campanella di fine lezione. Alcuni degli ormai ex studenti, che hanno avuto la fortuna di conoscerla, ricordano ancora perfettamente la biografia di questa affascinante signora, che fu costretta, durante il fascismo, a fuggire con la sua famiglia altrove per aver salva la vita.

«Il suo nome di battesimo, l’ebraico Amalia, divenne all’anagrafe Lia in seguito alle leggi razziali che, negli anni Trenta del secolo scorso, avrebbe esposto tutta la famiglia al pericolo delle deportazioni. Il fascismo e gli eventi della Seconda guerra mondiale costrinsero la famiglia Masi a lasciare la città di Foggia dopo il drammatico bombardamento della stazione ferroviaria nell’estate del 1943. I profughi Masi si rifugiarono nella piccola città di San Ginesio, in provincia di Macerata, circondata dai fitti boschi dove si nascondevano i partigiani slavi. La liberazione dell’Italia dal fascismo fu l’inizio di un periodo storico contrassegnato dalle lotte per il lavoro, per i diritti civili, per la parità dei sessi e per una scuola pubblica non più classista. Il ‘68 e gli anni Settanta hanno visto Lia Masi in molte battaglie politiche che dettero alle donne l’opportunità di far sentire la propria voce e di rendere più agevole il cammino della loro emancipazione. Lia Masi e le sue compagne di lotta riuscirono, infatti, a fondare a Foggia il Centro di Cultura “Anna Kuliscioff”, che divenne un punto di riferimento per uomini e donne che volevano scrollarsi di dosso soggezioni e pregiudizi.»

Ci sono donne che non si possono descrivere con precisione, perché bisogna “viverle” e poi conservare gelosamente ogni dettaglio, anche solo quello di uno sguardo, di una frase, di un vezzo o di un sorriso. Ogni incontro con lei era un’esperienza unica da non dimenticare.

La novantenne Lia Masi non usciva di casa senza le sue collane. Non gioielli. Collane etniche, pesanti, colorate. Diceva che erano l’unica armatura che aveva contro le brutte giornate. E anche contro la vecchiaia. Perché lei la vecchiaia non la riconosceva. «La morte - ripeteva Masi - mi coglierà ancora troppo giovane, proprio nel momento di massimo fulgore della mia vita». E lo affermava con pacatezza, sillabando «trop-po-gio-va-ne». Chi l’ascoltava non pensava affatto che fosse una mera battuta di spirito.

Lia Masi ha avuto tante vite: moglie, madre, docente di Lettere, preside, dirigente politica, femminista storica, animatrice culturale, astrologa e, soprattutto, ribelle e intellettuale non integrata in alcun sistema di potere. Tanti i titoli per i quali non si è mai esaltata.

Da preside firmava carte, sollecitava, spiegava. Nel partito non era entrata come una quota rosa, perché «ci voleva la donna dirigente in un partito di sinistra», ma era considerata una presenza preziosa, una macchina da guerra in continua attività. L’instancabile Lia ascoltava, urlava e, soprattutto, combatteva. Dei politici del terzo millennio diceva che «parlano in tv, ma con la gente non ci parlano». Per lei la politica era stata, invece, un’attività H24, un impegno che spesso la costringeva a spiegare due volte la stessa cosa a chi non aveva capito la prima.

Vivere, per Lia, è stato percorrere una larga strada maestra, molto faticosa: rendere meno ignoranti giovani e adulti e restituire alle donne lo spazio di cui non avevano mai goduto in passato. Lo faceva provocando. Lo faceva stancando gli altri prima di stancarsi lei. Ripeteva, incoraggiava, insisteva. A scuola come in piazza. Non dava lezioni. Faceva domande scomode e aspettava la risposta.

Il 19 luglio 2025 la morte l’ha colta come aveva previsto.

Dopo sono arrivate le commemorazioni, il ricordo del «suo grande esempio», i manifesti, le foto di un tempo che fu. Possiamo ben immaginare le sue reazioni. Le avrebbe osservate e ascoltate in religioso silenzio, con le sue collane al collo, e poi, alzato un sopracciglio, avrebbe chiesto: «Va bene. E adesso? Che si fa? Finisce qui?»

No, Lia, tranquilla: continueremo tutte noi.

ANTONIETTA D’INTRONO