La piaga delle liste d’attesa lunghe e la spesa sanitaria inferiore agli standard europei mettono in crisi il Servizio Sanitario Nazionale

TRINITAPOLI - Ad aprile scorso, quattordici scienziati e intellettuali, tra cui il fisico Giorgio Parisi, Enrico Alleva, Nerina Dirindin, Silvio Garattini, Paolo Vineis, firmarono un documento per difendere il Servizio Sanitario Nazionale, istituito con la legge 833 del 1978. Hanno chiesto che il finanziamento al SSN passi dal 6,2% previsto per il 2025 ad almeno l’8%, pari agli standard degli altri paesi europei. Senza queste risorse, il SSN rischia di perdere il ruolo che ha avuto fin dalla sua nascita per tutelare la salute di tutti gli italiani, migliorare la qualità della vita della popolazione, combattere le diseguaglianze sociali e territoriali del paese, superando le storture del precedente sistema mutualistico, garantire servizi di cura nell’interesse di ogni singola persona e della collettività.

Tra i numerosi problemi che oggi affliggono il SSN, nell’appello vengono ricordati: una forte riduzione della spesa sanitaria in termini reali, i processi di privatizzazione favoriti dal dirottamento di risorse pubbliche verso la sanità privata e, oggi, la legge sull’autonomia regionale differenziata, di recente approvata, che si teme faccia esplodere le disparità di salute.

Il 13 febbraio 2024, alla cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario, la Corte dei Conti aveva sottolineato la grave situazione presente nella sanità italiana, parlando di «crisi sistemica», accentuata dalla “fuga” del personale, non adeguatamente remunerato, riconosciuto e tutelato. La denuncia della mancanza di garanzie universali per un’effettiva equità di accesso alle prestazioni e alle cure sanitarie era stata accompagnata dalle preoccupazioni per la pesante crescita della spesa privata, per la frammentazione del SSN in «tanti diversi sistemi sanitari regionali, sempre più basati sulle regole del libero mercato».

Ormai da tanti anni la piaga drammatica delle liste d’attesa troppo lunghe affligge irrimediabilmente il nostro sistema sanitario, costringendo tanti pazienti, affetti anche da malattie molto gravi, a rivolgersi alla sanità privata per poter effettuare interventi chirurgici ed esami diagnostici.

È un problema di cui tutti parlano ma che non viene considerato ancora una priorità da chi dovrebbe intervenire con estrema urgenza per porre fine a una delle più drammatiche ingiustizie quotidiane. La recente esperienza, una delle tante, di un’anziana signora trinitapolese ha dell’incredibile. Con dolori e difficoltà ad alzarsi in posizione eretta, chiama il suo medico curante. Diagnosi: sospetta ernia discale. Il dottore prescrive entro 10 giorni una risonanza magnetica lombosacrale (senza contrasto). Appuntamento dato dal CUP: Trani, “San Pellegrino”, 23 maggio 2026. Immaginiamo che la signora, nel caso non provveda diversamente, probabilmente ci andrà sulla carrozzella!

Pochi sanno, però, che esiste una legge che deve salvaguardare il cittadino nel caso di mancata osservanza dei tempi massimi previsti. Infatti, nei casi di tempi d’attesa troppo lunghi o di impossibilità di prenotazione, il decreto legislativo 124 del 29 aprile 1998 prevede che il malato possa rivolgersi al privato chiedendo successivamente al Servizio Sanitario Nazionale il rimborso delle spese effettuate.

Questo è ciò che dovrebbe sempre accadere quando un paziente si sente rispondere dal CUP che la data per effettuare un esame è molto distante da quella a cui il paziente avrebbe diritto per la patologia di cui si soffre o quando addirittura le liste d’attesa risultano bloccate.

L’argomento “sanità”, comunque, avrebbe bisogno di essere affrontato con grande serietà e urgenza non solo dagli addetti ai lavori e dagli insoddisfatti utenti, ma anche da una classe politica che o si limita al “grido di dolore”, oppure cerca di convincere un popolo ormai rassegnato che “tutto va bene, Madama la marchesa”!

ANTONIETTA D’INTRONO