Dante: lui esule, noi reclusi. “Ci sia concesso almeno di dispensare il nostro disprezzo”

MARGHERITA DI SAVOIA - “Nel pieno del crepuscolo di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura ché, cagion vispistrello, ogni certezza era smarrita”.

Recluso in casa a causa della pandemia, ho riletto Dante ripercorrendo i 33 canti dell’Inferno e l’introduzione della Cantica. E con somma meraviglia ho potuto acclarare quanto sia facile contestualizzarne numerosi contenuti, sociali e politici, in una dimensione contemporanea, specie quando il Poeta affronta il tema politico (nel VI canto di ciascuna delle tre Cantiche della Commedia) e sottopone a dure pene coloro che furono artefici di varie forme di attentato alla vita in comune e che spesero tutte le energie per il governo delle propriecose. Tutto collima!

Numerosi i luoghi che i dannati danteschi si sono contesi: da un lato il girone dei bugiardi (falsari di parole, 30° canto, ottavo cerchio), per aver incarnato una politica di mera propaganda, dall’altro quello degli avari (avidi, rapaci, 7° canto, 4° cerchio), nel senso medioevale della parola, cioè gli avidi di beni e potere orientati esclusivamente all’accumulazione personale; poi un terzo girone, quello dei traditori, uomini di una certa fede politica che hanno avuto comportamenti estremamente contraddittori, infedeli a quei principi ai quali comunque avrebbero dovuto attenersi; e poi ancora quello dei seminatori di discordie in campo politico e sociale (canto XXVIII, 8° cerchio) che Dante pone tra gli “smozzicati”, crudelmente tagliati e divisi con una spada come spesso loro hanno creato lacerazioni e divisioni ad arte; a seguire quello dei golosi del bene pubblico (canto VI, 3° cerchio), trascinatori di folle, adusi ad urlare ed agitare le braccia sui podi, mercanti di illusioni, sotterfugi e debolezze; e per finire, quello degli adulatori (eccedenti in lusinghe, canto 18°, 8° cerchio), persone untuose, ipocrite: inseguono insegne qualsiasi, esercitano la lode oltre ogni misura, passano sopra la loro dignità pur di ottenere qualche vantaggio e di incassare qualcosa, evocano lo scodinzolare dei cani (qual’è quel cane ch’abbaiando agogna / e si racqueta poi che ’l pasto morde / ché solo a divorarlo intende e pugna), perennemente in spasmodica attesa che le cambiali sottoscritte arrivino all’incasso pur sapendo che i politici dicono bugie più di quanti denti abbiano in bocca. Dante li descrive afflitti da una continua ed eterna dissenteria e di conseguenza completamente immersi negli escrementi.

In verità molti dannati dovrebbero pagare il castigo in più cerchi, gironi o bolge, tra fango, sterco, vermi, olezzi, piogge di fuoco, sabbia rovente, pece bollente, nebbie e ghiaccio: ad esempio, un lustro in una zona, un lustro nell’altra e così via.

Oggi, in questo luogo di eterna perdizione, nella parte più bassa, verrebbero di sicuro collocati i peccatori online, ossia i prevaricatori e malfattori della Rete, i twittaroli rancorosi e senza vergogna che, costantemente pronti alla rissa e all’offesa, approfittano di un mezzo nato per socializzare e diffondere le informazioni, trasformandolo in un inverecondo veicolo di violenza verbale.

Ma… “Or tu chi sé che vuo’ sedere a scranna per giudicare di lungi mille miglia, con la veduta corta di una spanna” ammonisce Dante e Virgilio suggerisce: “Fama di loro il mondo esser non lassa, misericordia e giustizia li sdegna: non ragioniam di lor, ma guarda e passa”.

Però, carissimi Dante e Virgilio, come è possibile “guardare e passare” oggi di fronte ad un Paese diviso in due, in enormi difficoltà economiche, culturali e politiche, con una questione meridionale non risolta, in preda ad un furore burocratico smodato, ad una diffusa e dilagante corruzione e ad una profonda sfiducia nei politici e nella Politica?

Ahi serva Italia…

Ci sia concesso almeno, in questi tempi difficili, di dispensare il nostro disprezzo: lo faremo con parsimonia, tanto numerosi sono i bisognosi (massima di F. La R.).

Lentamente, faticosamente stiamo passando dall’inferno al purgatorio di questa pandemia, tutti fiduciosi che quanto prima potremo fare nostro il messaggio di speranza racchiuso nell’ultimo verso del canto XXXIV dell’Inferno “E quindi uscimmo a riveder le stelle.

Aggrappiamoci a questa idea e…rileggiamo Dante!

GIACINTO DISTASO

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