GENERAZIONE FUTURO - Daniele Maggio coltiva il sogno di avere “le mani in pasta”

TRINITAPOLI - Daniele Maggio, 28 anni, si è diplomato presso l’Istituto professionale Odontotecnico di Trinitapoli ed ha proseguito gli studi ottenendo l’attestato di abilitazione. Ha lavorato a Trani come tirocinante in un consorzio di odontotecnici. A conclusione del tirocinio, per non rimanere in casa disoccupato, ha lavorato in campagna, in fabbrica, nei pub e nei lounge bar dove ha capito quale fosse la sua vera passione. Nel settore culinario ha avuto la fortuna di avere una maestra d’eccezione che gli ha trasferito la sua abilità “manipolatoria”. Ora lavora come chef presso il ristorante di San Ferdinando di Puglia “Cibo e arte”.

Sembrano tutti uguali con i loro giacchini di pelle, il tatuaggio ben in vista, i jeans strappati, ma se incominciano a parlare a cuore aperto ci accorgiamo che ogni giovane è un “pezzo unico”.

Daniele Maggio non è Achille Lauro. Ha però due vivacissimi occhi neri che rivelano un fantastico patrimonio di idee, sogni, speranze, scelte e riflessioni che gli potrebbero valere una cattedra nell’università della vita.

Il tuo percorso di studi ti aveva riservato un futuro diverso. Cosa ti ha fatto cambiare idea?

«La pandemia, per me, è stata un’occasione di riflessione, un periodo prezioso durante il quale ho riscoperto valori e passioni. Quando mi chiedevano da piccolo cosa volessi fare da grande, rispondevo immediatamente: il calciatore! Se mi dovessero chiedere cosa vorrei fare ora, risponderei senza dubbio: cucinare! Dopo il diploma presso l’Istituto Professionale Odontotecnico, ho frequentato un corso di abilitazione conseguendo l’attestato. Al termine ho lavorato a Trani per due anni in un consorzio di odontotecnici. In seguito ho iniziato a fare lavori saltuari dapprima in campagna, poi in un’azienda di buste, in una fabbrica di bottiglie di plastica e poi ho fatto il cameriere in un lounge bar, dove ho creato le mie prime bevande alcoliche e i miei primi aperitivi, mentre nel pub successivo mi sono allenato a preparare panini creativi e ho iniziato a conoscere i vari tagli di carne. Ho chiuso il mio training in un bistrot dove ho lavorato sino alla chiusura dovuta alla pandemia. Non mi sono mai arreso ed ho “fatto di necessità virtù”».

Sei restato a Trinitapoli anche nel duro periodo della disoccupazione. Hai pensato qualche volta di emigrare altrove?

«No, mai. La mia casa, la mia famiglia, i miei amici, i miei ricordi sono tutti qui. Mi piace viaggiare per conoscere e per riportare nel mio paese idee, esperienze diverse ma non ho mai pensato di trovare fortuna altrove. La mia fortuna è essere nato a Trinitapoli ed è in questo paese che lascerò l’impronta del mio lavoro e della mia creatività».

Come hai occupato il tempo durante l’isolamento del lockdown?

«Mi piaceva cucinare. Amo i sapori, i colori, la natura, i prodotti naturali soprattutto poi se coltivati da me personalmente. Portare il cibo dalla terra alla tavola è la mia grande soddisfazione. Mi piace far germogliare, far crescere e utilizzare il prodotto finito per le mie ricette. Coltivo varie spezie e alcune varietà di peperoncino come lo stromboli, red cherry small, ciliegia piccante e piccante di Cayenna. Ho provato anche a coltivare funghi e alcune verdure come i peperoni. Non mi sono mai mancati i due alberelli di limoni e mandarini. Per me erano indispensabili le spezie per condire e aromatizzare, i peperoncini per il soffritto e i limoni e i mandarini per citronette e cibi agrodolci. Durante questo periodo mi sono cimentato in particolar modo nella preparazione della pasta fresca».

Ho saputo di un tuo grande sogno. Puoi raccontarcelo o lo tieni ancora chiuso in un cassetto?

«Affatto. Lo racconto in ogni occasione. A forza di parlarne, un giorno o l’altro il sogno può diventare realtà. Gli ultimi due anni mi hanno fatto riflettere ed hanno prodotto un progettino. Ho unito la mia passione per la cucina alla tradizione culinaria di mia nonna, che ringrazio per tutti i consigli, gli accorgimenti e i “segreti” che mi ha rivelato durante la preparazione dei piatti più tipici della nostra tradizione e per tutto quanto sono riuscito a “rubare” da lei con gli occhi. Ho creato per il futuro, spero prossimo, un marchio di pasta che prende il nome di “Nonna Ninè” in dialetto trinitapolese “Ninet”, diminutivo di Antonietta, il nome di battesimo di mia nonna. Il marchio ritrae l’immagine di mia nonna che, con la mano destra alzata, comunica “OK”! Inoltre, sogno anche di poter trovare un piccolo locale che ospiti non più di 30 persone con accanto un orto dove coltivare le mie spezie, le mie verdure e i miei alberelli. Spero di poter offrire un giorno pietanze tutte a km zero e piatti di pasta fresca fatta con le mie mani».

Daniele, se ci inviti a pranzo, cosa ci fai mangiare?

«Beh, vi farei assaggiare le rape con le orecchiette, condite con olio di oliva extravergine ed un soffritto di mollica di pane, peperoncino e alici. Oppure, pur non facendo parte della tradizione culinaria pugliese, vi offrirei un bel piatto di tortelli con una farcia di gorgonzola e noci».

Cosa diresti ai tuoi coetanei che attendono invano un certo tipo di lavoro, non manuale, che spesso non arriva?

«Non è detto che si continui a fare quello per cui un giovane ha studiato. A volte il corso di studi si sceglie solo perché ci va l’amico o la fidanzatina, o perché è il più vicino a casa. Solo dopo si scopre di aver fatto una scelta sbagliata, o semplicemente sono le esigenze che cambiano nel corso della vita o le esperienze che ti cambiano, come nel mio caso. Tuttavia, consiglio i miei coetanei di fare tutte le esperienze possibili, giuste o sbagliate che siano. L’importante è farle con la propria testa. Solo chi non fa niente non sbaglia. Si tratta di provare e riprovare. Bisogna, insomma, “mettere le mani nella pasta” per conoscerne la consistenza giusta e per scoprire, cioè, quale è il tuo vero talento. Se oggi si chiede ai ragazzi cosa vogliono per star bene nella vita, usualmente rispondono: i soldi, le raccomandazioni e la fortuna.

Io la penso come Paolo Crepet: “Non è vero che i soldi fanno venire le idee, è invece il contrario. Sono le idee che fanno venire i soldi”. È qualcosa che nasce dalla voglia di rivincita e dal desiderio di conquistare con le proprie forze le vette più alte. Non è una sfida contro gli altri ma con se stessi. Ragazzi la ricetta giusta è: costanza, passione e un pizzico di “capatosta”».

Auguriamo a Daniele di realizzare i suoi sogni e ci prenotiamo già da ora nel suo ristorantino di max 30 coperti per mangiare un piatto di pasta fatto con le sue mani e condito con le spezie e i pomodori del suo orto.

ANTONIETTA D’INTRONO