TRINITAPOLI - Tutti gli amici di Giuseppe Beltotto attendono sempre con gioia e interesse il suo ritorno da una delle tante nazioni che visita ogni tre o quattro mesi. Molti anni fa lo chiamavano semplicemente “turista” ma, dopo i racconti, gli aneddoti, le mostre fotografiche, gli articoli, i libri e le lezioni di geografia all’UNITRE di Margherita di Savoia, i suoi concittadini hanno cominciato a definirlo un “viaggiatore” con la V maiuscola, una persona cioè che ritiene il viaggio un grande veicolo di cambiamento personale e che vive per un certo periodo fuori dal recinto delle proprie abitudini, condividendo tradizioni, cibo, cultura e clima diversi.
Il viaggio, inteso in questo senso, richiede un notevole coinvolgimento, studio e impiego di energie nella preparazione, nonché un maggiore impegno dal punto di vista fisico, rispetto al turismo o alla più semplice vacanza.
Al suo ritorno dalla Colombia ci siamo dati appuntamento nel bar dell’amico Nazareno per “bombardarlo”, come al solito, di domande davanti a una fumante tazza di caffè con cornetto.

Quanti chilometri hai totalizzato sino ad ora?
«671.539 chilometri, ai quali devo aggiungere ancora i 20.500 chilometri appena compiuti attraversando la Colombia. Sogno di festeggiare il mio ottantatreesimo compleanno con un milione di chilometri.»
Cosa ti ha spinto ad andare nella patria del pittore Botero e dello scrittore Gabriel Garcia Marquez?
«Tempo fa ho letto un articolo sul Corriere della Sera che raccontava l’avventura di due ragazzi che avevano visitato La Guajira, una regione selvaggia e desertica a nord della Colombia, al confine con il Venezuela e con il Mar dei Caraibi. La descrizione mi ha quasi stregato. Per giorni mi sono ripetuto mentalmente “devo andarci, devo andarci!”
Ci sono andato e ho capito. La Guajira ti toglie il fiato. Te lo toglie appena arrivi. Appena vedi il deserto e ancora di più quando vedi che quel deserto incontra l’oceano. Te lo toglie da “Cabo de la Vela” fino a quando giungi a Punta Gallinas, il lembo più a nord del Sud America. E ti affascina perché è selvaggia, con la forza del vento che scompiglia i capelli dopo averti stretto il cuore.
E non potrebbe essere diversamente, soprattutto quando ti trovi di fronte ai bambini Wayuu che ti chiedono acqua o qualcosa da mangiare e quando vedi che gli stessi bambini, con una semplice corda, creano dei “posti di blocco” per fermare la Jeep su cui stai viaggiando, ma sorridono appena vedono che gli si porge una mano.
Gli Wayuu sono una popolazione indigena molto povera di origine africana che vive nella regione della Guajira, nelle cosiddette “rancherias” (piccole fattorie), allevando capre, pescando e vendendo ai turisti bellissime borse e amache (machillas) artigianali realizzate con cotone e lana.
Non ci sono alberghi e abbiamo dormito nelle loro capanne, nelle “hospedaje”. Non c’era alcuna linea telefonica, la luce si accendeva soltanto per poche ore alla sera e l’acqua veniva presa da un bidone. La doccia, poi, un vero lusso: un tubo messo all’esterno per una rinfrescata veloce.»

La Colombia, come ci hai raccontato, si affaccia sull’Oceano Atlantico e l’Oceano Pacifico ed è il sesto Paese più esteso dell’America, il quarto per popolazione. Oltre alla visita della capitale, Bogotà, cosa ti ha più interessato nel tuo lungo viaggio?
«Senza ombra di dubbio San Basilio de Palenque, a 50 chilometri da Cartagena de Indias. È stata la prima comunità di schiavi a ottenere l’indipendenza dalla corona spagnola ancora prima della stessa Colombia. È un pezzo di storia africana che si tramanda di generazione in generazione attraverso la danza, la musica, la medicina tradizionale, la gastronomia, i riti ancestrali e i nomi, anche italiani, dei missionari che battezzavano i bambini con il loro cognome, come Rafael Cassiani, che ha molti omonimi nel suo villaggio. E poi mi mancano le parole per descrivere l’emozione provata nella città di Zipaquirà durante la visita della cattedrale di sale, meta di pellegrinaggi, situata a 160 metri di profondità su una superficie di 8.500 metri quadri.»

Quindi, oltre a viaggiatore, sei diventato anche “pellegrino”?
«In effetti, viaggio, come i pellegrini di un tempo, con una forte motivazione umana e spirituale per recarmi in luoghi che per me sono tutti “santi” perché spesso abitati da un’umanità sofferente e nel contempo fiduciosa di avere sempre qualcuno che li ama dall’alto dei cieli. È gioia di vivere che ho percepito negli occhi delle “mamecitas”, le donne colombiane che ci offrivano sorridendo il nostro pranzo quotidiano con un allegro “Buenos días, amorcito!”»
ANTONIETTA D’INTRONO
