TRINITAPOLI - Ruggero Di Gennaro, coniugato, 3 figli, è nato a Trinitapoli 64 anni fa. Dopo la maturità al Liceo Scientifico di Barletta, nel 1981 ha conseguito la laurea in Economia e Commercio all’Università di Bari con il massimo dei voti. È stato dirigente di azienda e amministratore di varie società di importanza nazionale nel settore delle costruzioni, dell’energia e della finanza. Esercita la libera professione di Dottore Commercialista. Eletto Consigliere Comunale di Trinitapoli nel 1997 nella lista di centrosinistra “Rinnovamento Democratico” con Lillino Barisciano Sindaco, gli venne attribuita la carica di Vice Sindaco, Assessore al Bilancio e alla Cultura che ha svolto dal 1997 al 2001. È stato sindaco di Trinitapoli dal 2006 al 2011. Alle elezioni, ad unico turno, fu eletto con 4.945 voti, pari al 55,5%.
Quando e in quale occasione hai cominciato ad interessarti di politica nella tua vita?
«È stato con i “Comitati per l’Italia che vogliamo” del 1995, voluti da Romano Prodi, che ho cominciato ad interessarmi attivamente di politica, sulla spinta di una idea innovativa che apriva alla cittadinanza attiva uno spazio a quell’epoca occupato solo dai Partiti, convinto di dover dedicare alla politica attiva solo un periodo definito della vita, per cercare di dare il proprio contributo alla comunità nella quale si vive. Ho seguito Prodi nella sua vicenda politica dal “Movimento per l’Ulivo”, a “I Democratici”, alla “Margherita” e al “Partito Democratico”».
Sei stato assessore alla Cultura e Sindaco del Comune di Trinitapoli. Quale ritieni essere state le esperienze più significative del tuo mandato amministrativo?
«Credo che l’importanza dell’esperienza di un amministratore locale debba potersi misurare dalla qualità e quantità degli interventi realizzati durante il suo mandato.
Come assessore alla Cultura penso che l’esperienza più importante sia stata quella di aver valorizzato l’archeologia e aperto alla fruizione dei cittadini di Trinitapoli e di tutto il territorio il sito archeologico degli “Ipogei”, divenuto poi “Parco”, grazie ad un finanziamento con fondi europei ottenuto (ricordo con molta prontezza e determinazione) sul tavolo del Patto Territoriale per l’Occupazione.
Come Sindaco, potrei elencare tantissimi servizi e opere realizzati. Ne cito solo tre, quelli che ritengo più significativi per aver introdotto profondi cambiamenti nell’organizzazione della vita dei cittadini.
1. Vado particolarmente orgoglioso per essere riuscito a realizzare, tra mille difficoltà, la pista ciclabile Trinitapoli-Mare. Un’opera che ha cambiato il senso del tempo libero di tutti i cittadini e che ha fatto apprezzare la bellezza naturalistica delle saline nel territorio di Trinitapoli, fino ad allora viste più come problema che come opportunità.
2. L’istituzione della base 118 a Trinitapoli, un servizio ottenuto con caparbietà ed insistenza sul tavolo della Asl e della Regione Puglia che, unitamente alla realizzazione del poliambulatorio che ho avuto il piacere di inaugurare con il presidente Nichi Vendola, ha fatto sentire ai cittadini la vicinanza del servizio sanitario, almeno quello di emergenza, fino ad allora svolto su base volontaristica all’AVS, meritoria associazione del territorio.
3. L’avvio del servizio di raccolta rifiuti porta a porta, che ha accresciuto nei cittadini la consapevolezza dell’importanza della raccolta differenziata.
Mi sono sempre fatto ispirare dalla voglia di migliorare la qualità della vita delle persone e puntare sulla “bellezza”. Per cercare di valorizzare le risorse intrinseche della Città seguivo una linea guida elaborata su quattro fondamentali pilastri: la natura, l’archeologia, i prodotti agricoli e la storia locale.
Nascono così tutti gli interventi di valorizzazione della Zona Umida, del museo archeologico, la sagra del carciofo e il Premio Cavalieri di Malta, per cercare di far vivere ai cittadini quello che di più bello la Città potesse offrire».
Al di là delle schermaglie consiliari e delle divergenze di opinione, con quali azioni concrete sei riuscito a rispettare e a far rispettare il ruolo delle opposizioni?
«Posso dire di aver avuto delle opposizioni “varie” durante il mandato della mia amministrazione.
La coalizione della mia maggioranza si richiamava ai partiti del centrosinistra: Margherita, DS, (non c’era ancora il PD), Socialisti.
A destra avevo un’opposizione “calma”, che poneva interrogazioni e talvolta anche suggerimenti e con cui riuscivo a trovare spesso un punto di sintesi.
L’opposizione che ha fatto sentire alta la sua voce è stata quella proveniente da sinistra-sinistra (SEL, PdCI), con capogruppo la mia intervistatrice di oggi. Ebbi a definirla “feroce”, non certamente in modo dispregiativo, ma per sottolineare la “stressante attenzione” sugli aspetti formali di ogni atto amministrativo. Devo ammettere, però, che era l’opposizione più qualificata che non faceva mancare suggerimenti e proposte di qualità.
Infine, a un certo punto alcuni consiglieri si sono staccati dalla maggioranza e sono passati all’opposizione. I motivi non mi sono mai stati abbastanza chiari, ma l’aggettivo che vorrei associare a questo tipo di opposizione è: “triste”.
Il ruolo delle opposizioni in Consiglio Comunale è essenziale. Il controllo dell’azione amministrativa è affidato a loro e avere opposizioni attente è garanzia anche per chi amministra. Controllo che si può e si deve esercitare anche con la critica all’azione della maggioranza senza, ovviamente, trascendere nell’offesa.
Durante il mio mandato, accogliendo le richieste delle opposizioni, fu messa a loro disposizione una stanza del palazzo comunale alla quale potevano accedere a qualunque ora, uno spazio sul sito internet ufficiale del Comune, inviai una direttiva a tutti gli uffici comunali con la quale invitavo a mettere a disposizione dei consiglieri comunali qualunque atto da loro richiesto anche verbalmente, fu adottato il bilancio “partecipato” (o “partecipativo” come mi sottolineava la “capa” dell’opposizione “feroce”, qui presente) che veniva presentato a tutta la popolazione prima dell’approvazione per accogliere proposte e suggerimenti, su argomenti di particolare importanza si tenevano i consigli comunali in piazza o in luoghi pubblici più ampi della sala consiliare».
Cosa hai apprezzato di più del discorso programmatico del neo segretario del PD Enrico Letta?
«È stato un discorso a largo raggio che ha affrontato tutti i temi presenti nell’attuale dibattito politico.
Due punti in particolare mi hanno colpito favorevolmente.
Primo: “Il PD come partito dei giovani, non il Partito che parla dei giovani, ma il Partito che fa parlare i giovani” e la collegata idea del voto ai sedicenni.
Secondo: “L’economia della condivisione” intesa come nuova modalità per far convivere all’interno di un’azienda il lavoratore, il manager, l’azionista. L’idea che le azioni dell’impresa possano essere distribuite ai dipendenti gratuitamente e in condizioni di favore».
In che modo la politica può riconquistare la P maiuscola affogata negli ultimi anni nel mare del populismo e dell’antipolitica?
«Stiamo vivendo un periodo di grande confusione in cui la fiducia, in particolare quella verso la politica, si sta sbriciolando.
Di fronte al venir meno dei tradizionali valori ideologici che hanno da sempre contraddistinto la “destra” dalla “sinistra”, tutto si è ridotto alla gestione del presente, del qui e ora, tanto l’uno vale l’altro.
La formazione del consenso è oggi basata sempre più sul “quel che appare” anziché su “quel che è”. I social media hanno introdotto la velocità in questo percorso e le persone pensano di “aver capito” e, quindi, di poter decidere senza approfondire. Nessuno ha più tempo.
Ecco, io penso che è venuto meno l’approfondimento, ossia quel livello di conoscenza che ti possa condurre ad una scelta consapevole.
Sembra diventato tutto una “fiction”. Anche le trasmissioni televisive, quelle che si occupano di politica, oggi le chiamiamo “talk show”. Proprio così “show”, che si traduce “spettacolo”. Lì nessuno riesce a esporre non dico un discorso, ma almeno un concetto approfondito, viene costantemente interrotto dal suo interlocutore o, ancor peggio, dal giornalista che deve dare la pubblicità. E quelle che hanno più successo sono le trasmissioni in cui si litiga di brutto, meglio se a parolacce o a schiaffi in faccia. E i giornalisti che hanno capito che la gente vuole “il sangue”, glielo danno.
E alla fine ognuno è indotto a costruirsi un suo convincimento, una sua realtà sulla base di quel che piace e non già su quel che è vero. “Mi piace perché sa parlare, perché è coinvolgente, perché è simpatico…”, e così via. Poco importa se quello che dice sia vero o se invece sia del tutto inventato o distorto ad arte.
Ed allora? Che fare?
Credo che la P maiuscola di politica si possa riconquistare con la Partecipazione, che inizia sempre con P.
A mio avviso i partiti devono trovare il modo di ridurre la distanza con i cittadini. L’utilizzo delle nuove forme di comunicazione possono contribuire a farlo. Penso ad un utilizzo della tecnologia digitale per coinvolgere gli iscritti e i cittadini su tutti i temi, dal livello locale a quello nazionale, con una discussione aperta e approfondita, non solo con un voto.
Un altro percorso credo sia necessario per poter acquisire consapevolezza nelle scelte che riguardano la politica. Attivare un percorso di formazione in educazione civica che favorisca l’apprendimento delle regole di funzionamento dello Stato, della Costituzione, i diritti e i doveri, l’economia, a partire dalla obbligatorietà nelle scuole, dai giovani e, forse, visto come siamo messi, anche dai non più giovani».
ANTONIETTA D’INTRONO



