LA PAROLA AGLI EX - Consulta femminile e ricambio generazionale sono per Maria Andriano il primo passo per ridare vigore alla Politica

TRINITAPOLI - Maria Andriano è nata a Trinitapoli nel 1971 in una famiglia “rossa”. Sin da piccola, tenendo per mano papà Angelo, manifesta propensione per la politica, partecipando a tutti i cortei e alle manifestazioni di lotta dei braccianti, sventolando orgogliosamente la bandiera al grido di “bandiera rossa”. Concluso il Liceo Scientifico, decide di non iscriversi subito all’università per riflettere bene sulla scelta da fare, poi si sposa e il sogno di una laurea resta nel cassetto in attesa di tempi migliori. Nel 1997, a 26 anni, viene eletta consigliera comunale nella lista “Rinnovamento democratico” (cd. lista dei cavalli) di Lillino Barisciano e si risveglia la passione per la politica, semplicemente assopita. Con il “pancione” partecipa a tutte le sedute di consiglio comunale nelle quali si approvano atti importanti come il Piano Regolatore Generale. Ricopre il ruolo di Vicepresidente del Consiglio affiancando il primo Presidente del Consiglio eletto, Arcangelo Sannicandro. Nel 2001 si ricandida nella lista unitaria di centrosinistra, con candidato sindaco Lillino Barisciano, ma non viene eletta per soli 4 voti e decide di avventurarsi in un’altra esperienza, questa volta imprenditoriale. Nasce così, nel 2001, la Cooperativa Dedalo, nella quale riveste il ruolo di Presidente. Sono gli anni della promozione e della valorizzazione turistica del Parco Archeologico degli Ipogei e del Museo archeologico, della Zona umida e delle fiere di settore. Dal 2006 lavora presso il Patto Territoriale Nord Barese Ofantino come impiegata amministrativa. Attualmente è distaccata nella segreteria generale del Comune di Margherita di Savoia. Da settembre scorso lavora nello staff del Presidente della Provincia.

Hai cominciato ad impegnarti in politica in un’epoca in cui le donne, in maggioranza, erano costrette a rinunciare a cariche e professioni extradomestiche per curare esclusivamente la famiglia. Quale “scuola di politica” hai frequentato da ragazza?

«Mi reputo fortunata da questo punto di vista, perché ho masticato politica in famiglia sin da piccola, essendo la nipote di Tonino Andriano, chiamato affettuosamente Vidok da amici e compagni. Le sue battaglie sindacali e politiche appartenevano a tutta la mia famiglia. Ho fatto la mia militanza nei partiti di sinistra, attraversando Pci, Pds, Ds per approdare alla Margherita e infine al Partito Democratico di cui sono stata Segretaria di circolo dal 2012 al 2018. Durante il mandato di Segretaria di circolo ho rivestito vari incarichi politici: delegata nazionale del Partito Democratico, componente della Conferenza delle Donne Democratiche e componente della Segreteria provinciale. Ho avuto l’onore di essere accompagnata nella mia formazione politica da grandi maestri che non cito per non dimenticare qualcuno e questo ha rafforzato la mia collocazione a sinistra per ideologia, valori e metodi organizzativi. Come donna non ho avuto difficoltà a trovare i miei spazi in politica. Ho avuto, invece, molti problemi rispetto alla conciliazione dei tempi. È difficile, infatti, ricoprire il ruolo di madre, moglie e lavoratrice con i tempi della politica dettati dagli uomini. Le donne parteciperebbero maggiormente alla vita amministrativa, senza sensi di colpa o addirittura rinunce, se si cambiassero i tempi dilatati delle discussioni e soprattutto gli orari in cui si svolgono le riunioni che spesso coincidono con i tempi di cura della famiglia».

Quali sono gli ostacoli maggiori che una donna incontra nel suo percorso politico anche all’interno di un partito di sinistra?

«Le donne è come se dovessero in ogni contesto dare prova di se stesse, delle loro capacità e della loro bravura. Il patriarcato non è mai morto, anzi è vivo e vegeto ed esercita la sua forza a tutti i livelli. Lo dimostrano i dati relativi all’occupazione femminile, alle posizioni manageriali affidate a donne, ai numeri delle donne elette in politica. È un problema di retaggio culturale trasversale che interessa tutti gli ambienti, da destra a sinistra, e che affonda le sue radici in un sessismo, molto spesso, interiorizzato. Per capire meglio i tanti ostacoli che trovano le donne in politica prendo in prestito alcune frasi dall’ultimo libro di Michela MurgiaStai zitta”. Quante di noi non si sono ma sentite dire, ad esempio: “stai zitta!”, “non fare la maestrina”, “hai ragione ma sbagli i toni” e così via. Ancora più colorite poi le frasi in dialetto rivolte a noi donne della politica locale: “ve fè i servezz”, “c’ vè faciènn”, “nan so caus de fèmmen”, “chess sempr deic”… (tralascio le frasi più sconce per educazione). Cosa si nasconde dietro queste frasi? È come se nella testa di tutti ci sia il pensiero che le donne sono fastidiose, che le loro opinioni sono superflue, che il diritto di parola, sancito dalla Costituzione, sia appannaggio esclusivo degli uomini, in quanto la donna socialmente gradita deve essere silenziosa, quasi afona. Ecco, finché non si rimuovono questi ostacoli, partendo proprio da quelli linguistici e semantici, le donne continueranno a subire il potere maschile e ad essere relegate a eterne comparse della vita politica, in quanto “di tutte le cose che le donne possono fare nel mondo, parlare è ancora considerata la più sovversiva”».

Quale è stata una delle esperienze politiche più significative che un giorno racconterai ai tuoi nipoti?

«Dell’esperienza consiliare ricordo ancora con piacere i momenti post consiglio. Tra i banchi dell’opposizione sedevano i “mostri sacri” della politica di quegli anni, come Arcangelo Sannicandro, Peppino Brandi, Nicola di Feo i quali, con ars oratoria e dialettica politica molto accese, argomentavano, per ore e ore, le loro tesi contro la maggioranza di allora, quasi fossero liti furiose. Alla fine, conclusi i lavori, tornava il clima di cordialità e serenità che finiva davanti ad un caffè, tutti insieme al bar. Racconterò questo ai miei nipoti per far comprendere loro che il rispetto delle persone e dei ruoli istituzionali va al di là delle opinioni politiche divergenti».

Il nostro paese ha avuto, oltre te, diverse donne che hanno deposto la corona di “regine della casa” per dedicarsi al governo della propria città. Come spieghi che mai nessuna donna sia riuscita a farsi eleggere come sindaco?

«Questa è una di quelle domande la cui risposta fa male, ma per onestà intellettuale non ci girerò intorno. La nostra città è sempre stata un laboratorio politico vivace. Se fino a un ventennio fa la rappresentanza femminile era ridotta a poche unità (l’intervistatrice mi è testimone!), oggi per fortuna, grazie anche all’obbligo della doppia preferenza di genere, possiamo contare su un numero maggiore di donne elette. Sotto la mia guida del Pd, nel 2016, quando si è trattato di individuare il candidato di una lista unitaria di centrosinistra io non ho avuto dubbi su chi dovesse ricadere la scelta. Infatti è stata proposta alla città una donna giovane, capace, determinata, competente e coraggiosa: Annamaria Tarantino. Ma ahimè, il risultato lo conosciamo tutti. Trinitapoli avrebbe potuto beneficiare della guida di una “Sindaca” se l’arroganza del potere, i vecchi rancori e l’egocentrismo non avessero messo i bastoni fra le ruote all’unità tanto desiderata dal popolo di centrosinistra. Ricordo una affermazione che è ancora una ferita aperta: “è bravissima, ma lei non tira” come se la forza trainante appartenesse solo ed esclusivamente ad un uomo! Un uomo solo al comando che scippa ad una donna il volante per poter guidare la città, distruggendo così un sogno, togliendo l’opportunità a tanti giovani, scomparsi come meteore, di rinnovare la classe politica locale. Insomma, con un sol colpo è stata distrutta una intera generazione di nuovi dirigenti politici di sinistra. E la storia si è ripetuta nel 2020: stessa sorte, stessi attori e stesso copione. Quindi la risposta alla domanda è: non è vero che la città non sia pronta a farsi guidare da una donna, poiché ai cittadini interessa che venga loro offerto un modello “nuovo” di fare politica e che giovani donne e giovani uomini, pieni di idee e di energie fresche, possano avere l’opportunità di far crescere in meglio la loro città, supportati dai consigli dei più anziani».

In un momento così difficile della storia italiana e del nostro paese, ritieni che l’Istituzione di una Consulta femminile cittadina possa contribuire a migliorare la qualità della vita di tutti i cittadini?

«Credo molto nella partecipazione dei cittadini nei contesti della vita pubblica, e nelle scelte condivise per migliorare la qualità della vita. A Trinitapoli mancano spazi di discussione di questo tipo. È un dato che leggo quando osservo le discussioni sui social che interpreto come voglia di esprimere la propria opinione, talvolta anche in maniera forte. E questi nuovi forum virtuali sono partecipati e animati in modo particolare dalle donne. Questa analisi è significativa del fatto che i cittadini vogliono essere coinvolti nei processi di scelta della pubblica amministrazione. Per questo la costituzione di una Consulta femminile cittadina è un grande passo in avanti per la crescita della nostra città. L’insieme delle sensibilità, esperienze e opinioni delle rappresentanti dei partiti, dei sindacati, delle associazioni, del mondo del lavoro, delle donne impegnate nella famiglia e nel sociale non può che arricchire la qualità e il benessere della vita di tutti i cittadini. La Consulta femminile ha proprio questo scopo: esprimere un parere sulle scelte amministrative, affinché possano essere aderenti e rispondenti ai bisogni della città. Diventa, pertanto, un segno qualificante per una amministrazione al servizio del bene comune. Mi auguro che possa realizzarsi presto».

ANTONIETTA D’INTRONO

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