TRINITAPOLI - Enzo Marrone, nato e cresciuto a Trinitapoli, ha 80 anni. Nella sua vita è stato un grande viaggiatore, per la voglia di conoscere e confrontare le diverse culture. Laureato in Scienze Politiche, ha moglie e tre figli. Ha lavorato alla ASL FG2 di Cerignola dove era incaricato di coordinare il Settore Appalti e Contratti. In quel contesto ha avuto l’opportunità di verificare che la normativa statale e regionale sulle gare era una delle migliori, prima che fosse cambiata, a suo avviso, in peggio. Dal punto di vista politico è stato un democristiano di sinistra. Ha militato anche, per poco tempo dopo la scomparsa dei partiti tradizionali, nella Casa delle Libertà.
È stato per due legislature consigliere comunale (DC e Casa delle Libertà). Ora è un pensionato molto impegnato in parrocchia e in famiglia, diventando per i nipotini persino professore di inglese a distanza, con il pericolo di rubare il mestiere alla sua intervistatrice.
Un tempo i candidati alle elezioni amministrative venivano selezionati dai direttivi dei partiti non solo in base al numero dei voti che potevano ricevere dagli elettori ma anche in considerazione della loro “gavetta” politica. Quale è stato il tuo “incipit”?
«Non dimentichiamo anche le “correnti” che davano “suggerimenti” ai direttivi dei partiti. Tutto questo creava movimento e vivacità di discussioni che, tutto sommato, alimentavano il percorso democratico che portava poi alla designazione dei candidati e, quindi, alla presentazione della lista. E questo è il percorso che ho seguito anch’io, democristiano e moroteo».
Hai dedicato qualche anno della tua vita alla “Cosa Pubblica”, in un periodo storico in cui i partiti più grandi, come PCI e DC avevano, in gran parte, militanti consapevoli e non gli odierni fans del leader più forte. Come spieghi questa mutazione genetica della militanza avvenuta negli ultimi decenni?
«Il discorso meriterebbe lo spazio di almeno un libro di 600 pagine ma non mi sottrarrò alla domanda e cercherò di spiegarmi in poche parole. Occorre fare una premessa: la democrazia, a mio avviso, si realizza purché il popolo sia istruito, interessato e partecipe. Detto questo, la mutazione genetica di cui parli è più facile da spiegare. In primis, l’istruzione zoppica ancora parecchio e, secondo me, ha fatto passi indietro (non per quantità ma per qualità). Poi, l’interesse: gli elettori credono che la democrazia possa esistere solo perché loro vanno a votare quando è il momento “sprecando” un attimo del loro tempo. Infine la partecipazione: una volta che ho votato posso disinteressarmi di tutto il resto: ci vediamo tra quattro o cinque anni. Naturalmente poteva anche andar bene. Ma non è successo. Per questo la politica è scivolata a poco a poco in mano a faccendieri senza scrupoli e senza valore che hanno approfittato della mancanza di controlli democratici per fare leggi elettorali che consolidassero la loro presa del potere. Da qui la designazione dei candidati non più dal partito ma dal ducetto di turno. Da qui anche la designazione del capo di governo ha veleggiato molto spesso verso persone non elette dal popolo. Insomma, per dirla in breve, sono scomparsi i Moro, i Pertini, i De Gasperi, i Berlinguer, i Colombo e tutti gli altri (scusa se non li posso elencare tutti) per i quali il dialogo e l’onestà intellettuale era importante (e quindi la partecipazione essenziale) e sono apparsi i leader “faccio tutto io” per i quali tutto viene deciso a livello superverticistico (e quindi la partecipazione addirittura sconsigliata). E dato che la definizione di politica, attivarsi per il bene comune, ha assunto diverso significato, attivarsi per il bene proprio e degli amici più stretti, è scaturito che non importano più le idee del leader ma la sua forza (quanto conta). E poiché gli elettori assomigliano sempre più agli eletti, io mi scelgo il leader basandomi sulla sua forza e non sulle sue idee politiche, peraltro assenti».
Attraverso queste interviste, i consiglieri comunali e gli amministratori del passato hanno l’opportunità di ricordare persone, eventi, opere e di valutare, con il senno di poi, le scelte che maggiormente hanno lasciato un’orma nella storia amministrativa del nostro paese. Che cosa ci puoi raccontare della tua esperienza comunale?
«Beh, per quanto mi riguarda, c’è una vicenda che assorbe tutte le altre. Ed è la vicenda delle Terme a Trinitapoli. La racconto in breve per lo spazio tiranno. Ho tentato, quando ero capogruppo della DC (periodo 1988/92, amministrazione diretta dal dott. Silvestro Miccoli), di far fare le Terme a Trinitapoli. Mi sono adoperato a convincere l’Italstat a realizzare il progetto sicuramente remunerativo anche per loro. L’Italstat si mostrò entusiasta della cosa e invitò l’Amministrazione comunale a procedere iniziando con le procedure (gare) di affidamento e con tutti gli adempimenti successivi. Nel frattempo io ero stato “fatto fuori” dalla cosa e tenuto all’oscuro di tutto. Riprendiamo: così come fu previsto nel bando di gara il Comune non aveva alcun onere finanziario. Alla ditta Condotte, vincitrice della gara, sarebbero spettati venti anni di gestione del complesso. Dopo venti anni tutto sarebbe stato di proprietà del Comune che non avrebbe cacciato una lira per la realizzazione del progetto. Appena fatto l’affidamento, Condotte fece redigere, naturalmente a sue spese, un progetto da un accorsato Studio di Ingegneria di Milano. Il progetto ammontava a circa 90 miliardi di lire. E sì, perché il progetto prevedeva addirittura un Villaggio Termale con piscine, viale alberati, alberghi, ecc. ecc. Il Consiglio Comunale approvò altre delibere finalizzate alla consegna dei terreni su cui doveva sorgere il Villaggio Termale. Poi “buio a mezzogiorno”. Maggioranza assente, opposizione pure. E poi arrivò (molto opportunamente?) la fine del nostro mandato che diede luogo a nuove elezioni. Fu a quel punto che decisi di ritirarmi dalla politica anche se poi, molto tempo dopo, quando i partiti tradizionali - DC, PCI, PSI - erano scomparsi, ci sono ricascato nella prima legislatura Barisciano (1997/2001). Ma questa è un’altra storia».
Spesso i giovani ci accusano di aver loro “rubato il futuro”. Non credi che siano gli anziani a “sostenere il presente” in attesa che la loro energia giovanile si sprigioni per cambiare questo malandato mondo?
«Secondo me non possiamo e non dobbiamo parlare di giovani e vecchi. È una contrapposizione generazionale creata ad arte per sviare l’attenzione da altri più gravi e più importanti problemi. Dobbiamo focalizzare sull’uomo e sulla donna in genere: devono essere loro il centro dell’attenzione. Poi ci sono giovani validi e giovani non validi, vecchi lucidi e pieni di energia e vecchi provati dall’età e svogliati che comunque tentano ancora di aiutare figli e nipoti col loro sostegno morale e materiale. Errori certo ne sono stati commessi da entrambe le parti. Abbiamo giovani non partecipativi, e quindi non in linea con la vita democratica come già detto, e vecchi che pensano ancora ad arricchirsi a spese altrui mentre dovrebbero pensare a cose molto più gratificanti per quell’età. Così è l’uomo. Ma non possiamo privarci della speranza in una vita migliore su questa terra. Ed è un dovere sperare che questa vita migliore si possa realizzare con l’aiuto di politici vecchia maniera, come quelli già citati».
ANTONIETTA D’INTRONO