“Storie di amore e di amicizia” contro il cinismo di chi si diverte a torturare gli animali

TRINITAPOLI - Leone 2, il gatto ferito dai botti di Capodanno, è morto. Lo avevano chiamato Leone 2 perché, proprio come il gatto scuoiato vivo ad Angri, non era riuscito a sfuggire a un gruppo di ragazzini che a San Ferdinando di Puglia hanno pensato di festeggiare l’ultimo giorno dell’anno mettendo in bocca un petardo al povero gattino. La notizia ha addolorato molti cittadini non solo per la ferocia dell’azione ma soprattutto per l’età degli autori. È impensabile che dei ragazzi possano divertirsi in questo modo e che considerino gli animali degli oggetti da martoriare a piacimento.

In questi casi sono convinta che le responsabilità di tali torture vadano divise in primis tra i genitori e le tante agenzie educative del paese che dovrebbero impegnarsi a diffondere il rispetto per il mondo animale. Senza alcun intento polemico, vorrei spiegare meglio cosa significa in concreto “diffondere il rispetto per gli animali” perché molti liquidano velocemente questi comportamenti limitandosi a dare la colpa esclusivamente alla famiglia e l’episodio increscioso finisce qui.

Questi invece sono campanelli d’allarme che dovrebbero mettere in moto un’intera comunità perché la soluzione non risiede nella mera punizione dei colpevoli. Ce ne saranno altri se non si interviene con la prevenzione. Mi è di esempio una mia esperienza vissuta molti anni fa nella scuola media “Ignazio Silone” di Ugento, in provincia di Lecce, durante un workshop di lingua inglese che ho tenuto in quell’istituto.

Sono stata ricevuta all’ingresso dell’auditorium, dove si svolgeva l’evento, dalla dirigente scolastica che mi ha presentato i docenti e la sua “Vice”, il nome della cagnetta che la seguiva dovunque e che di mattina partecipava anche a qualche ora di lezione nelle classi che avevano dei ragazzi considerati “difficili”. Mi raccontò che alcuni studenti avevano trovato la cucciola ferita nel giardino della scuola e che dopo averla curata e vaccinata aveva proposto di tenerla nell’istituto perché i bambini, tra cui un disabile, si erano affezionati moltissimo e non volevano lasciarla andare via.

Erano intervenuti contro questa decisione docenti, genitori e il provveditore ma alla fine vinsero i bambini: Vice divenne la loro compagna di scuola. Di tanto in tanto mi viene il desiderio di rintracciare qualcuno di quegli studenti, che ora sarà un padre o una madre di famiglia, per chiedere se la convivenza con un animale da bambini abbia migliorato il loro approccio nei confronti degli animali.

Ovviamente, il racconto non serve per suggerire l’adozione di altre “Vice” nelle classi ma talvolta penso che nei grandi giardini, che fortunatamente circondano le nostre scuole, forse una cuccia con un cane o un gatto potrebbe responsabilizzare maggiormente i ragazzi che si dividerebbero il compito di curarli e nutrirli.

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In verità, ci sarebbero tante altre esperienze da proporre ai ragazzini per evitare che diventino dei cinici aggressori di animali indifesi. Le nostre città, ad esempio, non hanno i cimiteri per gli animali che, oltre a conservare la memoria del proprio amico peloso, avrebbero una funzione anche pedagogica perché in ogni tomba c’è una storia di amore da raccontare e conoscere. Insomma, una sorta di “Antologia di Spoon River” del mondo animale. Inoltre, i canili sanitari e i rifugi sono strutture, quando esistono, poco frequentate dalle classi di studenti che avrebbero l’opportunità di conoscere meglio la realtà che li circonda e poche, infine, sono le chiese che benedicono gli animali il 17 gennaio, giorno di Sant’Antonio Abate, alla presenza delle scolaresche.

La conoscenza di quanto un animale possa donare alla vita di una persona va continuamente coltivata e arricchita con i racconti di coloro che hanno avuto la fortuna di avere accanto per molti anni un animale d'affezione. È quello che faremo in questo giornale, nella rubrica “Storie d’amore e di amicizia”, ascoltando e riscrivendo le biografie dei cani e dei gatti che hanno convissuto per anni con i loro padroni.

ANTONIETTA D’INTRONO