TRINITAPOLI - Ci sono esistenze che non si misurano in anni, ma nelle tracce che lasciano. Quella di Carmela Panico, conosciuta come Carmelina, è una di queste. Nata a Cerignola nel 1928, è scomparsa il 28 luglio 2009. Il suo modo di stare al mondo è rimasto. Lo si riconosce ancora oggi, quando una bracciante non abbassa la testa, quando una donna pretende la stessa paga per lo stesso lavoro, quando una giovane alza la mano in assemblea e prende la parola.
Carmelina cominciò a fare politica da giovanissima. Fu attiva anche nell’Unione Donne Italiane (UDI). Nella Capitanata del dopoguerra, dove per una donna era ancora difficile prendere la parola in pubblico e farsi ascoltare, andava di casa in casa, di masseria in masseria, tra Cerignola e Trinitapoli. Alle donne spiegava che votare non bastava. C’erano diritti da conquistare nel lavoro, in famiglia, nella vita di ogni giorno.
Nella Federbraccianti della Cgil diventò un punto di riferimento per le lavoratrici dei campi, che a parità di lavoro ricevevano una paga inferiore a quella degli uomini. Nel 1969, durante i grandi scioperi per il rinnovo del contratto dei braccianti in Capitanata, Carmelina era in prima fila, sulle aie e ai picchetti. Proseguì il suo impegno nel sindacato dei pensionati della Cgil, lo Spi, dove fece parte della segreteria provinciale di Foggia e fu responsabile del coordinamento donne. Per l’energia e la passione con cui conduceva le sue battaglie, i compagni e persino gli avversari la chiamavano “la Pasionaria”, come la dirigente comunista spagnola Dolores Ibárruri. Era il più bel complimento che potessero farle.
C’è un episodio che la racconta tutta e che le sue compagne non hanno mai dimenticato. Inviata a Roma dalla Federazione di Foggia per un’assemblea nazionale, al ritorno chiese il rimborso delle spese. Nella busta trovò la metà di quanto avevano ricevuto i compagni. «Ma le donne sono più sparagnine, sono brave a risparmiare», le risposero con un sorriso di facciata. Carmelina non sorrise. Tuonò. Diede battaglia anche dentro la Camera del lavoro, finché il tesoriere non le consegnò la cifra intera. Il commento di Carmelina fu perentorio: «Non potete andare fuori a lottare per la parità salariale e dentro trattare le donne come se valessero la metà. La parità o è dentro o non è da nessuna parte».
Quando Carmelina è morta, le compagne di tante battaglie hanno voluto ricordarla come sarebbe piaciuto a lei. Senza retorica. Si sono date appuntamento a Trinitapoli, sul grande marciapiede di viale Primo Maggio. Si sono sedute in cerchio, una accanto all’altra. Tra loro c’erano Cettina, “la comunista”, e Mariuccia, “la portabandiera” di tutti i cortei, con la bandiera piegata sulle ginocchia. Perché quel giorno non c’era da sfilare. C’era da stare vicine.
Per Carmelina, l’impegno sindacale e politico era sempre stato un modo per crescere insieme, per imparare a sostenersi a vicenda e a difendere la dignità di ciascuna. E quel cerchio era esattamente questo. Non saliva al cielo retorica, quel pomeriggio. Salivano i racconti di una vita trascorsa accanto alle braccianti, contro lo sfruttamento nei campi e per il diritto alla stessa paga degli uomini. Storie vere, di paga uguale e di padroni ricondotti alla ragione. Con Mariuccia che teneva la bandiera ferma, come si tiene una persona cara.
Ecco perché l’orma di Carmelina Panico è ancora lì, su quel marciapiede. Perché non ha mai risparmiato la voce. E quella voce, oggi, è ancora la nostra.
ANTONIETTA D’INTRONO