TRINITAPOLI - Nara Nardis nacque nel 1933 a Villa Sant’Angelo (AQ) e si diplomò a pieni voti in ostetricia presso l’ospedale dell’Aquila. Nel 1956, all’età di 23 anni, presentata dai suoi docenti come la migliore del corso, ottenne subito l’incarico all’ospedale di San Giovanni Rotondo, dove lavorò per quasi cinque anni. Nel 1961 arrivò a Trinitapoli dopo aver vinto il concorso di ostetrica condotta, bandito dalla Provincia di Foggia.
La sua vita professionale fu un susseguirsi di difficili battaglie superate, di volta in volta, con grande coraggio. Arrivata a Trinitapoli, girò invano per mesi prima di poter trovare casa. Nessuno voleva affittargliela. Negli anni Sessanta una donna del ceto medio che sceglieva di lavorare, anteponendo il lavoro al matrimonio, non godeva di molte simpatie. Ai commenti salaci si aggiungevano aspri giudizi o, per l’esattezza, assurdi pregiudizi nel caso in cui il mestiere svolto fosse diverso da quelli più o meno tollerati.
In un contesto segnato da pregiudizi sul ruolo femminile, anche uscire da sola di notte per assistere una partoriente poteva suscitare diffidenza.
Nara Nardis strinse i denti e andò avanti per la sua strada, affermando con serietà il valore della propria professione.
Una volta accettata dalla comunità cittadina, soprattutto dopo il suo matrimonio con un trinitapolese, si trovò ad affrontare altre difficoltà ancora più drammatiche, legate alle condizioni di vita delle famiglie più povere.
L’ostetrica condotta trascorreva molte ore nelle case delle partorienti e condivideva i disagi delle famiglie che vivevano in condizioni abitative e igienico-sanitarie molto precarie. Alcuni parti avvenivano in monolocali freddi e umidi, privi di acqua corrente e di collegamento alla rete fognaria, talvolta separati dalla stalla soltanto da una tenda malconcia. L’odore di stallatico e le esalazioni del càntero si mescolavano ai primi vagiti del neonato. Alle difficoltà materiali si aggiungevano le credenze popolari sul parto, che complicavano ulteriormente il suo lavoro. Il senso di responsabilità portò spesso Nara a svolgere un compito che andava oltre l’assistenza al parto: per le donne diventò anche una figura di sostegno, una guida e una confidente. Molte furono le volte in cui venne chiamata soltanto a parto avvenuto, per controllare se la placenta, depositata in un catino, fosse integra e per firmare lo stampato del Comune con tutti i dati relativi al neonato.
Il pudore delle giovani donne, che consideravano la nascita un episodio naturale della loro esistenza, le induceva a non accettare presenze estranee durante il parto. Inoltre, gli obblighi domestici e i lavori nei campi non consentivano loro di riposare a lungo a letto. Dopo appena due ore le si ritrovava, pallide in volto, a fare il bucato. La cultura della partoriente era solo uno degli ostacoli da superare. Gli altri, più ostici, erano le suocere, le vicine di casa, le “commare” presenti con tutto il loro bagaglio di superstizioni, specie durante i parti che si preannunciavano particolarmente lunghi e difficili.
Il piccolo tardava a venire alla luce? Ebbene, c’erano molti rimedi che andavano dal far posizionare la donna a gambe aperte sul calore del braciere sino alla cacciata dalla stanza di una delle donne presenti, alla quale le superstizioni popolari attribuivano la responsabilità del ritardo. Queste e altre credenze complicavano un lavoro senza orari. Un lavoro che rubava a Nara il tempo riservato agli affetti familiari e che la costrinse persino, pochi giorni prima della nascita di suo figlio, a far partorire una donna su un tavolo per evitare di piegare il suo pancione di nove mesi. Ripensando a quella solidarietà tra donne, spesso commentava sorridendo: «Le ho aiutate a far nascere i loro figli, più di settemila creature, con le mie sole mani, mentre io invece, ironia della sorte, ho dovuto subire il parto cesareo in ospedale!».
Il “popolo” di Nara nacque in un periodo in cui ogni parto era un punto interrogativo. Non c’erano analisi, non esistevano ecografie e il test di gravidanza, solo nei casi più complicati, veniva fatto con le rane del fiume Candelaro. Secondo il test di Galli Mainini, si inoculava in una rana femmina l’urina della donna; l’urina veniva poi riaspirata dopo due ore. Se la donna era incinta, la rana subiva velocemente delle modificazioni ormonali che venivano verificate al microscopio.
Scomparse le ostetriche condotte dopo la riforma sanitaria del 1978, i parti furono tutti ospedalizzati e preceduti da una serie di controlli clinici ed ecografici. Nara Nardis apprezzava questi importanti cambiamenti, che facevano correre meno rischi alle donne, anche se alle ragazze troppo in ansia durante la gestazione diceva che l’ospedale aveva trasformato il parto quasi in una malattia e aveva contribuito a offuscare la naturalezza dell’evento biologico.
Dopo più di sessant’anni di residenza, la chiamavano sempre “la forestiera” perché non era nata a Trinitapoli. Scherzando, sosteneva che ormai i trinitapolesi erano tutti forestieri perché nascevano negli ospedali del territorio e non più a casa loro. Può essere, invece, considerata una trinitapolese DOC che intrecciò la sua vita, sino alla morte avvenuta nel 2025, con quella di tante altre donne trinitapolesi, a lei debitrici di un’educazione al parto che sconfisse superstizioni, paure e pregiudizi.
ANTONIETTA D’INTRONO