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I vecchi e i giovani: “Bye bye Italia”

TRINITAPOLI - Seduti alle panchine nella piazzetta sottostante i vecchietti si riscaldano ai raggi di un sole novembrino ancora generoso: chiacchierano, ma più spesso sono silenti, godendosi gli sprazzi di un autunno che prolunga il ricordo dell’estate, assorti nei loro pensieri… e forse nei loro ricordi.

Di tanto in tanto volgo loro lo sguardo, mentre sul pc scorro le pagine di Facebook…, dove mi imbatto in due post che in qualche modo li riguardano e che mi portano a riflettere su alcuni aspetti del nostro tempo.

Leggo, infatti, la poesia “I vecchi del paese” di un giovane poeta calabrese, Vincenzo Scordo (in arte Green Eyed Vincent), trasferito a Torino, ma nel cui cuore è sempre forte la presenza della terra natia:

I vecchi del paese si alzano presto al mattino, / girano tra le stanze di casa, sorridono aprono i cassetti, / aspettano i nipoti aspettano le voci delle campane. / I vecchi del paese sono quasi tutti innocenti, / parlano il dialetto, sanno poco del mondo / regalano proverbi, offrono caramelle a chiunque gli stia accanto. / Nelle belle giornate, i vecchi si siedono davanti la porta di casa, osservano come il tempo sfalda l’intonaco, / osservano come il sole riscalda il passato. / Se stanno bene si lamentano, / si lamentano ancor più di notte, / al buio quando il dolore li avvolge tra le coperte, / li avvolge tra le rughe dell’infanzia. / I vecchi del paese, sono la parte migliore che resta, / la bellezza di una fiamma, l’essenza di un fiore, / il profumo di un luogo, di un’epoca / un profumo pronto a dissolversi.

Le immagini, le situazioni e i sentimenti evocati rispecchiano una realtà viva, che nella lirica si sostanzia con il ricordo e la nostalgia del piccolo paese di origine, spopolato e abitato solo da vecchi. L’autore, infatti, nelle altre pagine della sua raccolta di versi denuncia le problematiche del Sud, parlandone con toni di tenerezza, amarezza, ma soprattutto speranza.

A fare il paio con questa tematica è l’altro post che Facebook mi porta a leggere, e cioè il “Rapporto italiani nel mondo 2023” della Fondazione Migrantes, presentato a Roma con la partecipazione del presidente della CEI, il cardinale Matteo Maria Zuppi; il presidente dell’Istat, Francesco Maria Chelli, e Mauro Magatti, sociologo ed economista dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Un rapporto a cui potremmo dare questo titolo: “Bye bye Italia”. Cresce, infatti, il numero degli italiani emigrati: sono 5,9 milioni gli iscritti all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire), con un incremento del 91% negli ultimi 18 anni, mentre le partenze per espatrio sono salite del 44,9%.

E sono i giovani a primeggiare in questo flusso migratorio: 36mila degli 82mila espatriati nel 2022 (diretti al 75,3% verso l’Europa) hanno tra i 18 e i 34 anni (44%). Ecco perché il Rapporto parla esplicitamente di «grave questione giovanile di cui farsi carico». Al 1° gennaio 2023 i connazionali iscritti all’Aire tra i 18 e i 34 anni sono più di 1,2 milioni (21,7%), quelli tra i 35 e i 49 anni superano 1,3 milioni (23,2%).

Il Rapporto, pertanto, identifica due “Italie”: una che «si perde tra spopolamento, longevità, crisi demografica e sfiducia diffusa»; l’altra che invece all’estero «si rinvigorisce sempre più aumentando le sue dimensioni e la sua forza e accrescendo la sua complessità».

Sorprende un dato, e cioè la riduzione della quota di italiani residenti all’estero di origine meridionale: era il 58,5% nel 2006 contro il 31,2% del Nord; oggi è il 46,5%, contro il 37,8% del Nord. Nell’ultimo decennio, in particolare, le partenze dal Centro-Nord sono diventate importanti. Ma spesso la mobilità interna precede quella verso l’estero: l’itinerario parte dal Mezzogiorno per dirigersi prima nel Settentrione e poi all’estero.

Una conferma viene dai dati assunti all’Ufficio Anagrafe di Trinitapoli: nel 2022 hanno lasciato il nostro paese 108 giovani compresi fra 18 e 34 anni, di cui 49 maschi e 59 femmine; si sono mossi tutti all’interno dei confini italiani…, almeno come prima destinazione.

Il Rapporto non trascura un altro dato significativo, e cioè il fenomeno degli anziani che si  spostano per ricongiungersi con figli e nipoti: sulle motivazioni all’origine delle partenze degli over 65 (nel 2023 sono state 4.300 quelle con la sola motivazione “espatrio”) non mancano cause come la ricerca di luoghi esotici interessanti dal punto di vista culturale o climatico, nonché l’attrazione dei Paesi con politiche di defiscalizzazione, come il Portogallo, ma «quella che, dall’incrocio dei dati, appare come la ragione più battuta è che gli anziani vanno negli stessi luoghi dove si sono trasferiti figli e nipoti». Una sorta di processo di «ricongiungimento familiare moderno» fortemente sottostimato, perché spesso non accompagnato da un cambiamento formale di residenza.

Certo, ricongiungersi con figli e, soprattutto, nipoti è un risultato appagante: sembra ricostituirsi la famiglia. Ma è tutto oro quello che luccica? Come vivono questi anziani lo sradicamento dalla propria terra, da quella che è stata la loro casa, dalle abitudini, dalle tradizioni, dagli amici, da tutto un mondo che li riconosceva e in cui si riconoscevano? Ci vorrà tempo per ambientarsi in una realtà del tutto nuova, per avviare nuove relazioni, per adattarsi a ritmi di vita mai sperimentati.

Si è fatto un passo importante per stare con figli e nipoti, ma il più delle volte si trascorre la giornata da soli in attesa del loro rientro a pomeriggio inoltrato dal lavoro e dalla scuola. Non mancheranno, pertanto, momenti di solitudine e di nostalgia per il paesello, specialmente nelle fredde e nebbiose giornate al Nord. E chissà… il sogno di un ritorno… Ma spesso i manifesti funebri parlano di concittadini morti al Nord e che “tornano” per essere seppelliti nel locale cimitero.

Torno a guardare i vecchietti seduti sulle panchine della piazzetta: sarebbe bello leggere nei loro cuori e nei loro pensieri. Mi appaiono come il simbolo di un paese invecchiato e che muore lentamente, in quanto i giovani continuano ad andar via per cercare fortuna altrove.

PIETRO DI BIASE (Tratto da “Il Peperoncino Rosso”, n.1/2024)