Servizio mensa o buoni pasto al personale sanitario pugliese: dai vincoli regionali ai ricorsi giudiziari, la lunga battaglia per un diritto negato

MARGHERITA DI SAVOIA - In Puglia, migliaia di lavoratori della sanità attendono ancora il pieno riconoscimento del diritto alla mensa o ai buoni pasto. Un diritto sancito dalla normativa nazionale e dai contratti collettivi, ma la cui effettiva applicazione è stata limitata da una legge regionale del 2008 (amministrazione Vendola), che sindacati e recenti sentenze hanno indicato come causa di profonde disuguaglianze tra le aziende sanitarie. Dopo anni di promesse disattese, contenziosi e decisioni favorevoli ai lavoratori, la questione resta aperta. Ma una recente sentenza del Tribunale di Trani potrebbe segnare una svolta.

Un diritto previsto dalla legge nazionale e dal contratto collettivo

La normativa nazionale, in particolare il Decreto Legislativo 8 aprile 2003, n. 66, art. 8, stabilisce che, quando l’orario di lavoro giornaliero eccede le sei ore, il lavoratore ha diritto ad una pausa, anche finalizzata alla consumazione del pasto. Questo diritto è confermato dal Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro del comparto Sanità (stipulato il 20 settembre 2001 e integrato nei rinnovi successivi), che prevede che al personale con orario giornaliero superiore alle sei ore venga garantita una pausa con servizio mensa o, in alternativa, con buoni pasto.

Ulteriori conferme arrivano da pronunce giurisprudenziali recenti, tra cui l’ordinanza n. 21440/2024 della Corte di Cassazione, che ha ribadito la natura assistenziale - e non retributiva - del buono pasto, affermando che esso va garantito a tutti i dipendenti, indipendentemente dal turno di lavoro o dalla presenza di una mensa aziendale.

La Legge Regionale pugliese del 2008 e i suoi effetti discriminatori

Ad ostacolare l’uniforme applicazione di questo diritto in Puglia è stata, finora, la Legge Regionale 19 febbraio 2008, n. 1, che all’articolo 7 subordina l’attivazione del servizio mensa (e quindi dei buoni pasto) alla disponibilità finanziaria dell’azienda sanitaria e al raggiungimento del pareggio di bilancio. Inoltre, introduce come requisito la “particolare articolazione dell’orario di lavoro”.

Questi vincoli, giudicati difformi rispetto al quadro normativo nazionale da più pronunce giurisprudenziali, hanno di fatto escluso migliaia di dipendenti dal diritto al pasto, pur svolgendo turni regolari oltre le sei ore. Il risultato, secondo le organizzazioni sindacali, è un sistema sanitario regionale frammentato, dove lo stesso diritto viene riconosciuto o negato a seconda della Asl di appartenenza.

Un sistema a macchia di leopardo

Ad oggi, il diritto alla mensa o al buono pasto è garantito in modo stabile solo in alcune realtà pugliesi:

ASL Bari: dopo un lungo contenzioso legale, l’azienda ha chiuso nel 2017 con una transazione da 15 milioni di euro e ha garantito l’erogazione dei buoni pasto.
ASL Foggia: la regolamentazione è stata definita nel 2024 e, secondo quanto comunicato, l’erogazione è iniziata il 30 giugno 2025.
ASL Brindisi: garantisce un servizio mensa esclusivamente presso l’ospedale Perrino.
ASL BAT, ASL Taranto e ASL Lecce: in queste aziende, nessuna forma di servizio mensa o buono pasto è attualmente attiva, nonostante le ripetute sollecitazioni sindacali e i contenziosi in corso.

Le vertenze sindacali e le azioni legali

Di fronte a questa evidente disparità di trattamento, le organizzazioni sindacali - tra cui CGIL Funzione Pubblica, FIALS e UIL FPL - hanno avviato azioni legali collettive, in particolare nei confronti dell’ASL BAT, per ottenere il riconoscimento dei buoni pasto e il risarcimento degli arretrati. Centinaia di lavoratori hanno aderito ai ricorsi, supportati anche dall’AADI - Associazione Avvocatura degli Infermieri, che ha assunto un ruolo di primo piano nella difesa legale dei diritti dei dipendenti.

Proprio l’AADI ha ottenuto nel febbraio 2025 una storica sentenza del Tribunale di Trani, con cui è stato riconosciuto - per la prima volta in Puglia - il diritto degli infermieri al buono pasto e dichiarata illegittima l’applicazione della legge regionale del 2008, ritenuta in contrasto con il contratto collettivo nazionale. La sentenza ha stabilito anche il diritto alla corresponsione degli arretrati.

Il nodo economico: quanto costa riconoscere un diritto

Nel corso della seduta congiunta del 4 giugno 2025 tra la I Commissione (Affari istituzionali, bilancio, programmazione, finanze e tributi) e la III Commissione (Sanità, sicurezza sociale, servizi sociali e integrazione) del Consiglio regionale della Puglia, è stato affrontato anche l’aspetto finanziario legato all’estensione del diritto alla mensa o ai buoni pasto a tutto il personale del servizio sanitario regionale.

Secondo le stime emerse durante i lavori, l’introduzione generalizzata del beneficio comporterebbe un costo annuo di circa 40 milioni di euro. L’assessore regionale al Bilancio, Ragioneria, Finanze e Affari generali, Fabiano Amati, ha richiamato l’attenzione sui vincoli derivanti dalla normativa statale in materia di spesa per il personale, sottolineando come l’inserimento strutturale della misura potrebbe determinare una contrazione delle risorse disponibili per le assunzioni e per il rafforzamento degli organici.

Una valutazione, questa, che non ha convinto alcune forze politiche presenti, tra cui il Movimento 5 Stelle, che ha evidenziato come le aziende sanitarie sostengano già oggi costi significativi, riconducibili - a loro dire - ai contenziosi giudiziari, alle transazioni extragiudiziali e ai risarcimenti derivanti dalla mancata applicazione del diritto. Secondo i sindacati e alcuni gruppi consiliari, si tratta di una spesa sommersa ma concreta, cui si aggiungono gli effetti, da molti lavoratori percepiti come iniqui: demotivazione, disparità di trattamento e perdita di fiducia verso le istituzioni.

Audizioni regionali e impegni (ancora) disattesi

Nel prosieguo della seduta, sono state ascoltate le istanze dei rappresentanti sindacali, delle aziende sanitarie e del Dipartimento Salute, rappresentato dal dirigente Vito Montanaro. È stata annunciata una ricognizione tecnica sui ricorsi pendenti e sulle somme già erogate a vario titolo dalle Asl, con l’obiettivo di fornire un quadro complessivo utile alla valutazione di sostenibilità economica.

Parallelamente, è stata anticipata l’elaborazione di una proposta normativa di riforma, destinata ad approdare nelle Commissioni competenti entro la fine del mese di giugno, per definire criteri omogenei e vincolanti sull’intero territorio regionale.

Tuttavia, a distanza di settimane, non risultano ancora adottati atti ufficiali. Da parte del Movimento 5 Stelle è arrivata una ferma sollecitazione a rispettare gli impegni assunti, ricordando che la mozione regionale approvata all’unanimità nel 2020 impegna già la Giunta a garantire il diritto alla mensa o al buono pasto per tutti i dipendenti del sistema sanitario. Un impegno che, a giudizio dei promotori, non può più essere rinviato.

Un bivio politico, economico e morale

La Puglia si trova oggi di fronte ad un bivio. Da un lato, la normativa nazionale e la giurisprudenza consolidata riconoscono in modo inequivocabile il diritto alla mensa o al buono pasto per i lavoratori turnisti della sanità pubblica. Dall’altro, una legge regionale superata e vincoli di bilancio impediscono l’uniforme applicazione del diritto.

Le sentenze - come quella di Trani - hanno già chiarito l’illegittimità delle esclusioni attuate dalle Asl. Continuare su questa strada significherebbe esporre le aziende sanitarie ad ulteriori ricorsi, risarcimenti milionari e sprechi evitabili di denaro pubblico.

Ma al di là del piano legale e contabile, la questione è profondamente etica e civile: è accettabile che chi lavora ogni giorno nella sanità pubblica, affrontando carichi di lavoro e responsabilità crescenti, sia privato del diritto ad un pasto dignitoso per mere ragioni contabili?

Ora la Regione ha l’opportunità di chiudere definitivamente questa lunga vertenza, restituendo dignità ai propri lavoratori e garantendo parità di trattamento su tutto il territorio. Perché chi cura, ogni giorno, merita rispetto. Anche - e soprattutto - a tavola.

GIUSEPPE DALOISO