TRINITAPOLI - Siamo tutti addolorati per la tragica morte di Giulia, uccisa da un ragazzo che diceva di amarla. Il dolore, però, è pervaso anche dalla rabbia per quello che forse tutti avremmo potuto fare o che non abbiamo ‘saputo’ fare, per impotenza, egoismo, ignoranza, rassegnazione. La corresponsabilità in questi eventi tanto efferati potrebbe apparire inconcepibile, ma invece non lo è. Chi non si sta chiedendo, ad esempio, in che modo famiglia, scuola e istituzioni avrebbero potuto prevenire o arginare il ricorso a una violenza tanto mostruosa quanto assurda? Tutti, nel nostro piccolo, cerchiamo di darci una risposta.
‘Patriarcato’, ‘cultura patriarcale’, in questa settimana le parole più ricorrenti sui mass media e social, sono considerate le cause prime dei femminicidi. Fanno riferimento a un sistema sociale in cui il controllo, l’influenza e le risorse sono distribuite in modo diseguale tra i sessi, favorendo gli uomini, un sistema che si manifesta attraverso le diseguaglianze di genere nel lavoro, nella politica, nelle dinamiche familiari, attraverso la mancanza di rappresentanza e la più bieca violenza di genere.
Tutto vero se ricordiamo, soprattutto, gli anni dei delitti di onore quando l’assassinio di una moglie ‘peccatrice’ veniva punito meno severamente di quello di un uomo. Ma ora i giovani scolarizzati, maschi assassini, sono cresciuti in un’epoca in cui le donne hanno avuto accesso alle professioni un tempo ritenute maschili, hanno conquistato diritti civili e rappresentanza politica. Sicuramente il cammino per un’effettiva parità è ancora lungo da fare ma, nel caso di Giulia, il ventenne che l’ha uccisa da chi avrebbe assorbito la ‘cultura patriarcale’? A mio modesto parere c’è dell’altro che bisogna approfondire. Non dimentichiamo gli effetti che possono causare nella psiche umana consumismo e capitalismo che trasformano le persone in oggetti da comprare e in competitor da eliminare, senza considerare, poi, i danni che i social e la povertà di linguaggio fanno ai soggetti fragili.
Il fenomeno va analizzato ‘a tutto tondo’, senza il timore di apparire poco ‘femministi’. La lettura, ad esempio, di ‘Litigare fa bene’, del pedagogista Daniele Novara può fornire degli spunti di riflessione su come i bambini devono imparare in famiglia e a scuola a stare nelle contrarietà, ad ascoltare l’opinione degli altri, ad affrontare la divergenza. Se non riescono a relazionarsi nelle situazioni critiche, esplodono in rabbia, litigi e violenza. L’educazione al rispetto dell’altro è la base per superare le differenze sia di genere che sociali.
Su questo e su altri aspetti del problema, bisogna moltiplicare le occasioni per discutere e far riflettere, come in questi giorni si sta facendo in tutta l’Italia per la ricorrenza del 25 novembre e per la morte di Giulia.
A Trinitapoli la Biblioteca Comunale ‘Mons. Vincenzo Morra’, in risposta ai recenti tragici avvenimenti, sabato 25 novembre, propone ai cittadini una performance teatrale dal titolo ‘Blu e Argento: le sfumature della crudeltà’ a cura dell’Associazione Man Mamma di Rosa Tarantino e delle giovani allieve dei corsi teatrali. Seguirà un reading ‘Voce per chi non ha voce’ con letture dedicate alle donne a cura degli studenti della Scuola secondaria di primo grado ‘Garibaldi-Leone’.
Le iniziative, con inizio alle ore 17, si svolgono nella sede decentrata della Biblioteca sita in viale Primo Maggio, allestita per l’occasione con i tantissimi disegni delle scuole primarie ‘Don Milani’ e ‘Garibaldi-Leone’.
I bibliotecari hanno pensato invece di affiggere sulle grandi vetrate dell’edificio il numero 1522, il numero unico nazionale a cui rivolgersi in caso di violenze, abusi o stalking.
Sarà un’occasione per riflettere e promuovere la consapevolezza sulla necessità di contrastare la violenza di genere.
ANTONIETTA D’INTRONO
