GENERAZIONE FUTURO - Per Pasquale Floro più Europa, più ONU e più diritto internazionale allontanano le guerre

TRINITAPOLI - Pasquale Floro si è laureato in Scienze Storiche e della Documentazione Storica presso l’Università di Bari con una tesi su Shabbetai Donnolo, medico e filosofo ebreo pugliese del X secolo. Ha frequentato corsi di ebraico, ebraico biblico e filosofia ebraica presso l’Università di Bari e l’UCEI (Unione Comunità Ebraiche Italiane) di Roma. Da ultimo ha conseguito il CAF (Corso di Alta Formazione post-laurea) in metodologia della ricerca sulla Tarda Antichità presso la Sapienza di Roma con un progetto di ricerca sulla storia delle comunità ebraiche di Puglia e Basilicata nei secoli VI-VIII. I suoi interessi di studio riguardano la storia degli ebrei nel Meridione italico e la storia delle relazioni interculturali nel Mediterraneo tra Antichità e Medioevo. Altra sua grande passione è la geopolitica. Infatti, sempre alla Sapienza, ha conseguito il Master di II livello in “Geopolitica e Sicurezza Globale”, tra i migliori al mondo nel settore, con una tesi sulle minoranze cinesi e sulla questione degli Uiguri dello Xinjiang.

Come è nato il tuo interesse per gli eventi passati?

«È una passione che ho sin da quando ero molto piccolo e che devo ai miei genitori, anche loro appassionati di storia. Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia che ha sempre dato grande importanza alla cultura e alla lettura come fonte di crescita personale. In casa c’era sempre qualcosa da poter sfogliare e leggere. Ricordo che trai tanti libri ce n’era uno per bambini, La Storia illustrata, dove si raccontavano le vite dei grandi personaggi storici. È leggendo quelle biografie e guardando quelle immagini che è nato l’interesse per il passato. La curiosità, un mio grande difetto, mi ha spinto poi a conoscere e approfondire sempre di più ciò che leggevo, per capire come noi uomini fossimo arrivati a vivere in un mondo moderno e tecnologizzato come quello di oggi. Era come viaggiare, ma a ritroso. Negli anni del liceo poi è maturata man mano in me la decisione di fare di questa passione una scelta di vita. Così ho deciso di studiare storia all’Università. La formazione universitaria è stata fondamentale perché mi ha permesso non solo di imparare come si fa ricerca e si elaborano le conoscenze storiche (il metodo storico vero e proprio), ma ha anche aperto la mia mente a nuovi orizzonti e nuovi interessi. Durante l’Università ho scoperto altre passioni che pensavo di non avere, come la filosofia e l’ebraistica, che ho poi integrato nel mio lavoro di tesi. La geopolitica è una passione più recente, ma sempre legata alla storia. Ho sentito la necessità di dover dare un senso ai miei studi, a fronte di un mondo come quello di oggi attraversato da forti tensioni e disordini. La geopolitica mi è sembrata la chiave per comprendere le dinamiche globali attuali alla luce anche del passato storico. Così l’anno scorso ho deciso di iscrivermi al Master in Geopolitica della Sapienza, uno dei migliori al mondo. Per me è stata una sfida, un mettersi alla prova con qualcosa di nuovo, anche perché ci vuole una certa dose di eclettismo per affrontare tematiche che spaziano dalla geografia, alla storia, all’economia, al diritto, alle scienze politiche e all’informatica. Sono molto felice di essere riuscito a superarla pienamente.»

Arrivano degli amici dall’estero e decidi di far loro da guida nella visita di Trinitapoli. Quale quartiere, quale palazzo o strada scegli per raccontare la storia del tuo paese? 

«Non è una domanda facile. Trinitapoli è una realtà che ha una sua storia, che in alcuni casi si intreccia anche con la storia generale dell’Italia e del Mediterraneo, ma i cui resti non sono più presenti o hanno lasciato spazio al tessuto urbano attuale. Un esempio su tutti è la torre, che serviva per sorvegliare la costa e da difesa da possibili attacchi da parte della flotta turco-barbaresca e che ci dice di come il nostro territorio fosse pienamente inserito nel sistema di difesa del regno ispanico di Napoli in età moderna. La torre fu abbattuta nel XVIII secolo e oggi sopravvive solo nello stemma comunale di Trinitapoli. Ecco, sicuramente agli amici in visita mostrerei il palazzo comunale, ex Palazzo dei Commendatori di Malta, accanto al quale un tempo sorgeva la torre. Anche se del vecchio palazzo non è rimasto nulla io penso che possa essere ancora uno spunto a ciò che accennavo prima. Raccontare come il passato di Trinitapoli si intrecciasse con le grandi vicende storiche e, nel caso in questione, con il confronto anche violento che la civiltà europea ebbe con l’Impero ottomano nel corso dei secoli XV-XVII. Ma non mancherei di mostrare altri luoghi importanti e che segnano la nostra storia, anche religiosa: gli ipogei, il museo civico, gli scavi di Salapia, il santuario della Madonna di Loreto.»

La storia di un popolo si può anche conoscere attraverso opere di narrativa. Ci sono romanzi che inseriscono la trama in un contesto storico e che consiglieresti di leggere ad un tuo coetaneo?

«Indubbiamente storia e narrativa costituiscono un binomio perfetto. La narrativa può e deve essere uno strumento attraverso cui fare divulgazione storica, soprattutto per avvicinare i ragazzi alla materia. Il mondo della narrativa è pieno di esempi da questo punto di vista e spazia in diversi generi. Nell’ambito del romanzo storico classico c’è l’opera di Alexandre Dumas La regina Margot che descrive benissimo i torbidi anni e le vicende di una Francia del Cinquecento vessata dalle sanguinose guerre civili tra cattolici e protestanti. Per chi ama la storia romana consiglierei i romanzi di Colleen McCullough, scrittrice australiana, che narrano le vicende che hanno segnato il passaggio dalla Repubblica all’Impero attraverso una profonda e dettagliata descrizione anche psicologica dei personaggi: Mario, Silla, Pompeo, Cesare, Cleopatra, Antonio, Augusto. O, se si è appassionati del giallo, i romanzi di Danila Comastri Montanari. Nella mia adolescenza sono stati fondamentali le opere di Wilbur Smith, recentemente scomparso. Anche se il genere è quello dell’avventura, i suoi romanzi restituiscono l’immagine di un’Africa coloniale e post-coloniale, che, in contrasto con le bellezze della natura, mostra tutta la sua sofferenza e fragilità. A un mio coetaneo mi sentirei di proporre anche altre opere, come la tetralogia Il mare della fertilità di Yukio Mishima, un vero e proprio sguardo dall’interno sul Giappone che vive un sofferto conflitto tra antiche tradizioni e modernità nel corso della prima metà del XX secolo, fino alla deriva militarista e alla tragedia di Hiroshima e Nagasaki. O il romanzo Giobbe di Joseph Roth, che restituisce tutto il dramma di un popolo ebraico continuamente costretto ad una esistenza “diasporica”, a vivere senza identità e senza legami, ma che nel rapporto personale e intimo con Dio ricostruisce questa identità e questi legami e ne trova un nuovo significato e un nuovo valore.» 

Di cosa si dovrebbe dotare Trinitapoli per diventare appetibile ed interessante per uno studioso di storia?

«Io credo che per prima cosa debba cambiare la mentalità. Bisogna riscoprire la storia e la cultura come elementi che possano e debbano valorizzare il territorio. Trinitapoli ha un potenziale, ma è poco sfruttato. Si deve fare di più. Come ho già evidenziato, si dovrebbero rilevare e sviluppare maggiormente quegli aspetti storico-culturali della città che la legano alla storia più generale d’Italia e del Mediterraneo. Gli ipogei e gli scavi di Salapia in parte già lo fanno, ma potrebbero essere inserite a loro volta in un percorso correlato alla via “francigena”, che includa anche la stessa città. Trinitapoli si dovrebbe dotare anche di un Archivio storico che possa fungere da strumento e luogo di aggregazione per studiosi e non, incentivando così la voglia di approfondire e migliorare la ricerca e la conoscenza della storia locale. Per fare tutto questo l’amministrazione comunale dovrebbe svolgere un ruolo più attivo, coinvolgendo altri enti pubblici (Regione, Università, Ministero dei Beni Culturali) e la cittadinanza.»

Gli attuali venti di guerra sono la dimostrazione che la storia non è poi la tanto strombazzata “maestra di vita”. Noi adulti vi abbiamo consegnato un mondo “armato”. Voi giovani ritenete il disarmo mondiale il sogno assurdo di un folle?

«Spesso noi ci chiediamo che senso abbia studiare il passato se poi non ci esime dal compiere gli stessi errori. Si pensa che la storia sia fine a se stessa e niente più. Ma è importante capire che l’uomo è un sistema quanto mai complesso in cui passato, presente e futuro interagiscono con la cultura, la psiche, l’immaginazione, ecc. A sua volta questo sistema interagisce con lo spazio circostante e gli eventi storici sono frutto di questa interazione. Ecco perché la storia non riesce a educare, nonostante ciò che dicevano gli storici latini e Machiavelli. Perché essa è solo una delle “variabili” umane in gioco. Ma il suo valore è enorme perché ci insegna a guardare il mondo e a saperci stare dentro, con tutti i suoi pro e contro. Ci aiuta a farci al meglio una nostra idea del presente, e finalizzata al presente. In questo senso è veramente “maestra di vita”. Riguardo al disarmo, il problema è che nella natura umana sono insite logiche di potere e di dominio che ritengono la guerra l’unico strumento utile a raggiungere i propri interessi. Proprio la storia ce lo dice. E il mondo di oggi non fa eccezione. L’unica realtà dove si è rinunciato veramente alla guerra è stata l’Europa, dissanguatasi nelle due guerre mondiali. Finché è esistito il bipolarismo noi europei abbiamo vissuto quasi in una “bolla” sotto la tutela americana che ci ha obbligato praticamente a rinunciare alle armi come mezzo di confronto tra le parti e ha favorito il processo di integrazione con la nascita e lo sviluppo dell’Unione europea. Ma nel resto del mondo la guerra ha intensificato il suo ruolo e in alcune realtà è diventata endemica. Anche la logica del confronto/scontro tra i due blocchi vi ha contribuito enormemente. Con la fine della guerra fredda la situazione si è complicata ancora di più, con un multipolarismo che ha creato un mondo ancora più armato e disordinato. Questa è la sfida che prima l’America e ora l’Europa si trovano a dover affrontare. Ed è una sfida molto ardua, a cui non sempre l’Occidente ha saputo rispondere adeguatamente. Alla luce di tutto questo non credo che il disarmo mondiale sia solo una follia, ma in un mondo come quello attuale è francamente irrealizzabile. Sarebbe necessario che gli Stati rinunciassero non solo alle armi ma alla stessa logica di potere che li anima. Inoltre andrebbe potenziato il diritto internazionale in quanto unico e solo strumento di confronto. Anche l’ONU come istituzione e garante della pace mondiale andrebbe rafforzata. L’Unione europea potrebbe svolgere un ruolo importante in questo senso. Ma ciò che la guerra in Ucraina e l’attacco di Putin ci stanno dicendo ora è che se non si è una potenza militare non si può decidere del futuro del mondo, neanche della pace.»

ANTONIETTA D’INTRONO