Droga, violenza e possibili condizionamenti: don Mimmo Marrone scuote la città e invita i sanferdinandesi a non voltarsi dall’altra parte

SAN FERDINANDO DI PUGLIA - Un invito alla città a «guardarsi allo specchio», senza processi sommari ma anche senza voltarsi dall’altra parte di fronte alle questioni che negli ultimi mesi hanno attraversato la comunità. È il senso del Discorso alla Città pronunciato da don Mimmo Marrone, parroco della chiesa di San Ferdinando Re, in occasione della festa patronale del 30 agosto scorso. Un intervento che, partendo dalla figura del Santo patrono e dal principio del buon governo, ha affrontato alcune delle questioni più delicate che attraversano la comunità: i recenti provvedimenti interdittivi antimafia, il rischio di possibili condizionamenti, la diffusione della droga e gli episodi di violenza, richiamando al tempo stesso i valori della legalità e della fiducia nelle istituzioni.

«Che città vogliamo essere?», è la domanda attorno alla quale il parroco ha costruito il suo intervento, invitando San Ferdinando di Puglia a vivere questa fase come un momento di verifica collettiva. Il riferimento è anche alla «delicata fase di verifica istituzionale» che interessa la comunità, rispetto alla quale don Mimmo ha richiamato la necessità di mantenere equilibrio e rispetto delle garanzie: «Una verifica non è una condanna. Un’ipotesi non è una certezza». Allo stesso tempo, ha sottolineato, evitare giudizi anticipati non può significare banalizzare quanto sta accadendo né rinunciare ad interrogarsi sulla trasparenza, sulla fiducia nelle istituzioni e sulla tutela del bene comune.

Particolarmente netto il passaggio dedicato alla legalità, che secondo il parroco non può diventare «una bandiera di parte» né essere invocata soltanto quando non disturba interessi o appartenenze. Nel discorso, don Mimmo ha richiamato anche i provvedimenti interdittivi antimafia che, nel corso degli ultimi mesi, hanno interessato diverse aziende del territorio, precisando che non spetta alla comunità sostituirsi alla magistratura o alle autorità competenti. Tuttavia, quei fatti pongono, secondo il sacerdote, interrogativi che non possono essere ignorati, soprattutto sulla tutela dell’economia sana e del lavoro, sui possibili condizionamenti e sulla provenienza delle ricchezze. «Non processare nessuno non significa smettere di interrogarsi», ha osservato il parroco.

Uno dei passaggi più duri è stato riservato alla droga, definita attraverso l’immagine della «polvere» che rischia di insinuarsi nelle piazze, nei vicoli e nelle vite delle famiglie. «La polvere non può diventare il destino di questa città», ha detto don Mimmo, rivolgendosi soprattutto ai giovani che possono essere attratti dal denaro facile o trasformati in manovalanza: «Non siete nati per diventare strumenti nelle mani di qualcuno». Da qui anche il richiamo al rischio che denaro di provenienza illecita possa assumere nel tempo forme apparentemente rispettabili attraverso terreni, aziende, immobili o attività economiche. Il punto, ha evidenziato il parroco, non è alimentare sospetti indiscriminati, ma evitare che una comunità finisca per misurare il successo soltanto sulla quantità di ricchezza, senza più interrogarsi, quando ve ne siano le ragioni e nelle sedi competenti, sulla sua origine.

Nel discorso c’è spazio anche per gli episodi esplosivi e gli atti violenti che hanno generato preoccupazione nella comunità. Don Mimmo ha evitato qualsiasi attribuzione di responsabilità o interpretazione sulla loro matrice, demandata alle istituzioni e alle forze dell’ordine, ma ha rivolto un appello affinché San Ferdinando di Puglia non si abitui a considerare normale ciò che normale non è. «La nostra città non può diventare terra di nessuno», ha affermato il parroco, ricordando che la sicurezza non può essere delegata esclusivamente allo Stato: passa anche dall’educazione dei giovani, dal rispetto delle regole, dalla denuncia di ciò che deve essere denunciato e dal sostegno a chi lavora onestamente.

Il riferimento a San Ferdinando come patrono del buon governo ha quindi assunto una dimensione civile oltre che religiosa. Per don Mimmo il potere, in qualunque forma venga esercitato, «non è possesso. È custodia»: le istituzioni non appartengono a chi temporaneamente le amministra e un incarico pubblico non rappresenta un privilegio, ma una responsabilità verso i cittadini. La legalità, però, non riguarda soltanto chi governa. «È troppo facile invocare la legalità e poi chiedere il favore», ha ammonito il parroco, ricordando che il rispetto delle regole comincia nelle famiglie, nelle scuole, nelle parrocchie, nelle associazioni e nei luoghi di lavoro.

Il discorso si è chiuso con una domanda rivolta alla comunità: essere «spettatori o cittadini»? Una città, ha sostenuto don Mimmo, non deve aspirare ad essere perfetta, ma deve avere «il desiderio di diventare migliore», senza coprire le proprie ferite né chiamare luce ciò che resta nell’ombra. La processione, in questa prospettiva, non termina con il rientro del santo in chiesa: «La vera processione comincia quando ciascuno di noi torna alla propria vita». E l’ultimo richiamo è stato rivolto contro ogni forma di appropriazione della comunità: «Questa città non è il regno di qualcuno: è una casa affidata alla responsabilità di tutti».

Redazione CorriereOfanto.it